ANDRA' TUTTO BENE, AAVV, GARZANTI

La paura al tempo del Covid-19, quando l’unica arma è rimanere a casa. Ventisei scrittori hanno cercato di dare un senso a queste giornate, con l’arma loro proprio: la scrittura. Frutto di questa sinergia è la raccolta di racconti, editi da Garzanti, i cui proventi saranno devoluti all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Vediamo qualche spunto:

Stefania Auci, nel suo racconto “Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo” si riallaccia alla strage di via Fani di 42 anni fa, per sottolineare le diverse modalità di sentire la paura dentro di sé. E per riflettere sul destino che a volte gioca strani giochi con le date; per meditare sulla dilatazione temporale e il corrispondente restringimento spaziale; per far sue le parole di Primo Levi: “ Noi che siamo vissuti sicuri nelle nostre tiepide case”; per condividere paure collettive e atavici riecheggiamenti che pensavamo superati; per riflettere sulle nuove modalità di rimanere vicini attraverso i mass media; per far suo l’atteggiamento siciliano raffigurato dal “Trionfo della morte” nel bellissimo palazzo Abatellis: bisogna vivere con ciò che si ha.

Marco Buticchi, con il suo racconto “Andrà tutto bene piccoline” osserva l’incertezza dei comportamenti di chi ci sta intorno e descrive la paura di un nemico oscuro che colpisce tutti: giovani, vecchi, uomini, donne, umili, potenti, ricchi, poveri. Le piccoline che Buticchi cerca di rassicurare sono le figlie, non più piccole, lontane da lui, una a Roma l’altra a Londra, che l’autore cerca in ogni modo di far ritornare a casa. Beatrice da Roma arriva per prima, mentre Andrea, da Londra, a gran fatica riesce a trovare una compagnia disposta a farla volare. Con le figlie vicine, anche se in autoisolamento, Buticchi si rende conto che il buio che lo circonda fa meno paura.

Marco Vichi, ne “Gli uomini e le foglie” riscrive la poesia di Ungaretti, omettendo la parola “Autunno” perché: “E’ doloroso dir che adesso regna un vil monarca, e al nostro tempo insegna: quello che alle foglie accade sol d’autunno vale per l’uomo in tutte le stagioni.”

Giuseppe Festa, in “Oltre il confine”, narra della sua vita nella provincia bergamasca. Da un lato della casa, le uniche voci non sono umane, ma campane che cadenzano un ritmo di morte e ambulanze che ululano impazzite; dall’altro lato, distese gialle di ranuncoli, andirivieni di codirossi, alberi che germogliano. Nel mezzo lui, sulla linea di frontiera, lui che cerca di trovare conforto nella scrittura, nell’attimo presente come unico orizzonte temporale. Insieme alla moglie, riflette sulle colpe dell’umanità e sull’evoluzione che trova gli esseri umani troppo lenti all’adattamento: mentre l’uomo si trova in quarantena, la natura esplode con l’avanzata di lepri in città, cigni in Darsena a Milano, lupi e caprioli nella periferia di Pescara. Ottimisticamente Festa spera che, una volta terminata l’emergenza, gli uomini possano veramente fare qualcosa per dare respiro al Pianeta. E, quasi in chiusura, ci consegna le profetiche parole di Capo Seattle, grande capo dei nativi americani, pronunciate un secolo e mezzo fa: “Se l’uomo sputa sulla Terra, l’uomo sputa su sé stesso…”

E per noi, che ci troviamo a condividere questo autoisolamento, qual è il sapore/profumo che associato per sempre a questo periodo? Sicuramente quello del buon pane fatto in casa, immagine di nutrimento e vita, che tutti noi, tornando alle sane abitudini di un tempo, sforniamo e gustiamo quasi rito propiziatorio.

 

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