STILE LIBERO: RACCONTI E ALTRO

ALEX LANGER, COSTRUTTORE DI PONTI, DEMOLITORE DI BARRIERE



Si è suicidato il 3 luglio 1995. Mi ricordo vagamente che questo suicidio mi aveva colpito, devo averne scritto qualcosa. Vado a vedere in un mio vecchio quaderno. Trovo questo:

4.7. Si è ucciso Alexander Langer

Ecco una sua frase in un articolo di "Verdeuropa", la rivista dei Verdi:

"Ad una visione dell'Europa e del mondo incentrata sull'idea di sviluppo fatta di mercificazione, competizione e crescita (citius, altius, fortius: più veloce, più alto, e più forte) vogliamo opporre una alternativa rovesciando il motto olimpico: più lentamente, più in profondità, con più dolcezza"

Bellissimo.


Langer ha tradotto in tedesco "Lettera a una professoressa". Quando va a trovare don Milani a Barbiana, si piacciono, ma don Lorenzo lo sgrida.

Il perché della sgridata lo sintetizzo con le loro parole (anche se non dette in quell'occasione, naturalmente):Alex Langer: Vorremmo esserci per tutti, vogliamo aiutare tutti, cerchiamo contatto con tutti Don Milani: Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola <...> Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l'esperienza ci dice che all'uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più. (lettera a Nadia Neri)


Dopo questo incontro ognuno proseguirà per la sua strada. Don Lorenzo resterà a Barbiana con i suoi ragazzi montanari, Langer girerà per tanti paesi stabilendo contatti con infinite persone. Entrerà in politica diventando Consigliere della Provincia autonoma di Bolzano nel gruppo Neue Linke (nuova sinistra) e della regione Trentino-Alto Adige dal 1978 al 1993.

È uno dei fondatori del movimento verde in Italia e in Europa. Nel 1989 viene eletto per la prima volta al Parlamento Europeo e diventa il primo presidente del gruppo parlamentare europeo dei Verdi. Rieletto nel 1994. Sostiene movimenti e iniziative di solidarietà internazionale di tutti i tipi. Missioni ufficiali per il Parlamento Europeo a Sarajevo. Carovana europea di pace nell'ex Jugoslavia "Meglio un anno di trattative che un giorno di guerra". Altre missioni umanitarie in Jugoslavia. 

Si suicida il 3 giugno 1995 all'età di 49 anni. 

Ha lasciato tre biglietti che sono stati trovati nella sua macchina. Due in italiano, per gli amici e la moglie Valeria, il terzo in tedesco. L'ho ritradotto, non ho usato la versione corrente redatta allora dalla traduttrice giurata della polizia. +Il biglietto diceva:

I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, semplicemente non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti - anche per questa mia dipartita. Un grazie a chi mi ha aiutato a portare i pesi - non mi rimane alcuna amarezza nei confronti di coloro che mi hanno caricato e oberato. "Venite tutti a me, voi che siete affaticati e oppressi" - anche per accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado come un disperato che non può più andare avanti. Non siate tristi, continuate in ciò che era buono.


Si è molto discusso sulle ragioni del suo gesto.

Penso che il motivo fosse questo: il donarsi troppo, l'esaurimento di tutte le energie. Alex non diceva mai di no a chiunque gli chiedesse qualcosa.

Ma le parole migliori sono quelle di Alex stesso, scritte per il necrologio della sua amica attivista verde Petra Kelly, forse anche lei suicida:

Forse è troppo arduo essere portatori di speranze collettive: troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere.


Adriano Sofri nella sua commemorazione di Langer:


Se avessi di fronte a me un uditorio di ragazze e ragazzi, non esiterei a mostrar loro com’è stata bella, com’è stata invidiabilmente ricca di viaggi, di incontri, di conoscenze, di imprese, di lingue parlate e ascoltate, di amore la vita di Alexander. Che stampino pure il suo viso serio e gentile sulle loro magliette. Che vadano incontro agli altri con il suo passo leggero e voglia il cielo che non perdano la speranza.


Voglio anche riportare dal tentativo di un decalogo della convivenza interetnica qualche pezzetto (praticamente una serie di sottotitoli che possono dare un'idea del contenuto):


-Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: "più abbiamo a che fare gli uni con gli altri e meglio ci comprenderemo"

-Occorre sviluppare una complessa arte della convivenza

-Né inclusione né esclusione forzata

-Non escludere appartenenze plurime

-Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano; norme etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici;

leggi <...> fortemente etnocentriche (fondate cioè sulla continua enfasi dell'appartenenza etnica, sulla netta separazione etnica) finiscono inevitabilmente per inasprire conflitti e tensioni

-Importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono "traditori della compattezza etnica" ma non transfughi (gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini

tra le comunità conviventi...).

-una condizione vitale: bandire ogni violenza

-lapiante pioniere della convivenza: gruppi misti inter-etnici

Valore inestimabile (per piccoli che possano essere)


Vorrei scrivere grandi e grosse queste ultime parole perché Alex dava una grande importanza ai piccoli di cui comprendeva vantaggi e limiti. Così come vorrei sottolineare queste altre parole:

“Vivere in una fortezza assediata, magari privilegiata non è bello per nessuno e comporta una grande precarietà; ad assediati ed assedianti conviene di più un'altra

scelta, quella del risanamento, del riequilibrio, del risarcimento, della giustizia”.


Sono del 1991. Ora la questione del debito Nord-Sud è diventata acutissima perché non è più rimasta confinata nel Terzo Mondo, ora ce l'abbiamo in casa. Potremmo dire che Alex è stato un profeta. I profeti li immagino (almeno io) come certe figure della Sistina: severi, corrucciati. Langer invece è stato un profeta sorridente. E non isolato come di solito si immaginano i profeti. Infatti le pagine da cui ho tratto queste citazioni sono state scritte in occasione di un convegno a Genova "Campagna Nord-Sud: biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito"


La previsione di catastrofi ambientali non gli piaceva:

“Oggi, soprattutto in campo ambientale, è tutta una profezia di sventura (dal "Worldwatch Institute" al WWF...; dall'ozono all' "effetto serra"); c'è a volte il rischio di essere catastrofisti e di terrorizzare la gente, la qual cosa non sempre aiuta a cambiar strada, ma può indurre a rassegnarcisi. Piuttosto bisogna indicare strade di conversione, se si vogliono evitare ragionamenti come "dopo di noi il diluvio", "tanto è tutto inutile, la corsa è disperatamente persa...", "se io non inquino ce ne sono mille altri che invece lo fanno..."


Riusciranno mai i movimenti ad avere un'influenza su quelli che vengono chiamati con un'orribile espressione "i poteri forti?"

Per intanto cerchiamo di essere nonostante tutto "Hoffnungsträger", portatori di speranza - una parola molto cara ad Alex...

Claudio Longo (dalla registrazione di un intervento nel convegno dedicato ad Alexander Langer)

 

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LA SOFFERENZA

Dignità e rispetto 



La sofferenza è una condizione in cui la vita ci pone e quando capita ci si sente sempre impreparati e indifesi.

Di una cosa però sono convinta: la sofferenza merita rispetto e va vissuta con dignità, al contrario non va esibita ma condivisa solo con le persone che sono veramente amiche; non è difficile distinguere i veri amici quando si è deboli e indifesi, non occorre fare niente, gli amici superficiali oppure quelli che ti stanno vicino solo nei momenti spensierati si allontanano spontaneamente accampando scuse che non hanno molto senso e onestamente risultano incomprensibili nonché intollerabili per chi soffre.

A volte la sofferenza ci costringe per lunghi periodi in ospedale, luogo dove si ha l’impressione di vivere in un mondo parallelo; niente è come fuori, il tempo non passa mai, le giornate sono infinite.

Capita in alcuni casi di trovarsi costretti in una stanza isolata dagli altri e poter vedere una sola persona cara per un’ora al giorno ed a volte proprio in quell’ora non hai nemmeno la forza di parlare e ti senti più sola di quando lo sei veramente.

Questa condizione non si regge a lungo ma dentro di te, se cerchi bene, c’è una cosa che ti salva, la capacità di trasformare l’isolamento e la sofferenza in un sogno e allora costruisci una favola dove ti immergi con tutta te stessa proprio come fanno i bambini quando devono trovare un mondo in cui rifugiarsi.

Capita di Immaginare di avere a disposizione una mongolfiera tutta colorata di rosso di giallo di blu, uscire dalla finestra della stanza in cui sei costretta e cominciare a volare nel cielo di Milano che a sua volta diventa di un azzurro intenso tanto da far fatica a guardarlo. Cominci ad osservare tutto ciò che succede sotto di te, dimentichi la tua condizione e riconosci il ritmo del tempo che è stato tuo e che risarà tuo. Voli nelle piazze e nelle vie che più ami di Milano, le ripercorri e ti soffermi davanti ai negozi che ti sono familiari ti sembra quasi di poter salutare le persone e che loro ti rispondano con un sorriso e poiché nelle favole tutto è possibile, vai nel tuo quartiere tanto amato, voli sul parco così bello con i suoi alberi, attenti custodi di storie secolari, nudi perché è inverno ma cosi belli da toglierti il fiato, ti soffermi perché l’emozione ti sovrasta, i ricordi delle giornate trascorse in quel parco ti passano nella mente come fossero tante cartoline e sono tutti belli, non ci sono rimpianti ma solo emozioni positive.

Come tutte le favole però, anche questa finisce e torno nella mia stanza in cui il tempo non passa mai e i ritmi non sono i miei; non importa, ho dentro una gioia e una spensieratezza che mi aiuteranno per qualche giorno a far sì che la sofferenza mi sia più lieve.

Queste sono alcune riflessioni scritte in un recente periodo molto buio della mia vita ma non mi sarei aspettata che tornata a casa sarei stata catapultata in una situazione difficilissima che nessuno di noi aveva mai pensato di poter vivere.

Pensiamoci bene, improvvisamente abbiamo scoperto tutta la nostra fragilità non tanto come singoli ma come collettività, abbiamo scoperto la paura.

Siamo costretti a vivere nelle nostre case da soli o con i familiari stretti, abbiamo affidato le nostre relazioni al telefono, a internet ma con il passare del tempo ci siamo accorti che non abbiamo più molto da dirci, ci mancano le esperienze che la vita di relazione ci regala.

Viviamo una vita sospesa in cui il tempo sembra non passare mai e di contro lo spazio a nostra disposizione sembra si restringa sempre più.

La situazione in cui ci troviamo può però diventare una grande risorsa se saremo capaci di sfruttarla al meglio. La solitudine non necessariamente deve essere negativa, può al contrario diventare un periodo in cui cominciamo a guardarci dentro ad analizzare la vita che è stata cercare quanto di bello e positivo abbiamo fatto e farne tesoro, al contrario soffermarci su quanto tempo abbiamo sprecato a inseguire banalità, invidie, e inutili dissapori con gli altri. Tutto ciò è difficile e molto faticoso ma sarà utile per ricominciare con uno sguardo più umano, più rispettoso degli altri, più umile.

Impariamo da questa esperienza che esistono persone sempre pronte ad aiutare gli altri senza avere in cambio nessun guadagno economico ma la gratificazione di aver compiuto il proprio dovere con abnegazione, competenza e umanità. Sono tutte quelle persone che da sempre reggono le istituzioni anche quando non vengono chiamati eroi, quelle persone che quotidianamente nelle corsie d’ospedale regalano un sorriso a persone che non conoscono, che rassicurano con competenza e gentilezza, che aiutano chi ha bisogno con gesti quotidiani come fare la spesa, andare in farmacia o altro; tra questi ci sono tanti giovani che fanno parte di associazione di volontariato, quei giovani che frequentemente vengono apostrofati con parole spesso offensive e loro ogni volta che c’è bisogno ci smentiscono con i fatti.

Passato questo brutto periodo ci ricorderemo di questi eroi? Faremo tesoro dell’amore che ci è stato regalato? Oppure torneremo nel nostro spocchioso egoismo e riprenderemo a litigare tra noi per sciocchezze?

Io voglio pensare che da tutto ciò usciremo più umani e riusciremo a dare valore alle cose importanti della vita.

Il mio parco sarà tutto in fiore, gli alberi non saranno più spogli ma ricchi di una vita nuova e rigogliosa.

Quest’anno non lo vedrò e non lo vivrò ma so che la prossima primavera potremo godere della sua bellezza. 

Concetta Piazzetta

articolo pubblicato su ABC  aprile 2020


 

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MONET ED EMILY DICKINSON

Si, lo so, dobbiamo stare a casa. Io resto a casa. Voi pure.

Ma io oggi vi porto con me, in un posto che è un giardino, ma non solo. E’ una casa, ma di più. Un’esposizione di quadri, una magica presenza.

Giverny, Francia, Bassa Normandia: la casa di Claude Monet.

Il grande pittore vive lì dalla fine del 1800 al 1926, dove dipinge, si incontra con gli amici, crea un giardino dove perdersi.

Ancora sembra di vederlo entrare, sedersi sul divano, salire le scale, aprire le finestre, ridiscendere le scale e uscire fuori in giardino, chinarsi per afferrare il profumo delle fioriture, attraversare il ponte giapponese e il piccolo lago in barca.

Aspettare di cogliere tutte le sfumature della luce per trasferirle nei suoi quadri e renderle eterne.

Rose, glicini, ninfee, tulipani, giacinti, dalie, azalee, rododendri, gerani, narcisi, iris e non so più quanti altri generi di fiori…

Sentite il profumo?

Quindi, non può mancare nella nostra pagina il profumo di fiori che emana da una poesia.

Emily Dickinson -Per te curo questi fiori

Per te io curo questi fiori,
fulgido assente!
Si fendono le vene di corallo
della mia fucsia - ed io semino e sogno -
I gerani si tingono di chiazze -
umili margherite si frastagliano -
dirada il cactus le spinose punte
per mostrare la gola -
Stilla aromi il garofano
presto colti dall'ape -
un giacinto nascosto
sporge il capo arruffato -
esalano profumi
del fiale così tenui
che ti domandi come li serbassero -
Fiocchi di raso spargono le rose
sferiche sulla ghiaia del giardino -
pure - tu non sei qui -
e vorrei che i miei fiori
non avessero più rossi colori -
Che sia felice il fiore
e il suo signore - assente -
mi dà solo dolore -
in un calice grigio mi rinchiudono -
umilmente - per esser d'ora in poi
la tua margherita -
in lutto di te!

 

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IL RACCONTO DI YULIA

Avevo una piccola commissione da fare. Esco di casa, cammino senza fretta. Guardo intorno e noto che la Natura se ne frega della legge degli Umani. La sua vita continua anche se l’Uomo resta a casa. Fiori, foglie nuove e un’aria tenera calda e profumata.

Non resisto a fare qualche foto, forse per paura che la prossima volta che potrò uscire gli alberi forse avranno già la frutta.

Scherzo, sono un’ottimista.

Intanto buona Pasqua a chi, come me che sono ortodossa, la festeggia questa domenica.

YULIA


Queste parole ci riportano a un autore che ha espresso l’idea della Natura come estranea ai sentimenti e desideri dell’uomo: una madre matrigna che prosegue nel suo ciclo, con indifferenza: LEOPARDI.

Dal Dialogo della  Natura e di  un Islandese

 Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.logo della Natura e di un Islandese.

 

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LOVE IN THE TIME OF CORONA di SIMONE V.BENATTI

She answers immediately, no doubt waiting beside the telephone. Her voice is calm and croaky; I wish I could see her face.

“Good morning, Doctor.” I picture her standing in the corridor of an old, shady house.

“I'm calling about Mr. Rota. Is this his wife?”

“Yes, doctor. I'm his wife.”

“Well, Mrs. Rota, the situation is more or less the same as yesterday. I told you . . . not a good one, indeed. He's quite advanced in age, and this disease is very bad for the elderly, you know. Moreover, he has Alzheimer disease. He's now refusing to eat, and I really don't believe it would be appropriate to push our efforts beyond a certain point. I hope you understand.”

“Oh, doctor, it's because I'm not there. He needs me, you see. We have been married for 55 years. My nephew was right. When we brought my husband tothe ER, my nephew was afraid that my husband would give up once he was left alone. And he was right!”

“Do you have children, Mrs. Rota?”

“No, doctor. It's just the two of us. We have been living together our entire life, but we have many nephews. Could I ask you a favor? The next time you talk to my husband, please say to him, ‘Pietro, I have a message from your Bigi’—that's the nickname he would call me. And please tell him I am not allowed to stay thereat his bedside but that I love him. You just tell him this, doctor, please. Remember, ‘Bigi,’ and I'm sure it will help. He calls me that. He will understand.”

I barely hide the strain in my voice and try to advance the conversation; however, to do so I need to pause. Mrs. Rota also falls silent. So, for just a few seconds,both of us are quiet, each one at their end of theline, facing the utter absurdity of the situation. On one side, because of pandemic containment rules, a couple who have shared their whole life—including the last years of a painful, relentless cognitive decline—are separated forever in the final decisive hours without even having had the time to grasp the moment (and while Mrs. Rota herself has probably already been infected with coronavirus, too). On the other side, a demented old man with no possibility of recovering from this pneumonia or the complications that would invariably ensue afterward is tied to his bed; left alone in a foreign place; and surrounded by people he has never met before who attend to him entirely covered with masks, gloves, and gowns in the name of providing him with oxygen supplementation of doubtful advantage.

I could let Mrs. Rota know that her husband is not responding to voice anymore and that he has probably already entered the last hours of his existence. However, I let her believe that her message would be delivered and that her husband will receive, through my voice, the words of his beloved.

One of the most painful aspects of this pandemic is the irremediable separation of patients from their families at the end of their lives. It usually occurs unexpectedly, in the rush of respiratory distress, with relatives' feelings wrapped in the strange mix of survivor's guilt and fear as they try to grasp the concept of contagion and are overwhelmed by the generalized fear of an unnamable, invisible catastrophe. As the pandemic worsens—and the increasing number of those in need soon outgrows the available resources, the time available for each case shrinks, and the burnout of nurses and physicians skyrockets—the chance for a decent accompaniment to death stands out as one of the “vital signs” we are called to watch for. Not just to prevent the survivors from feeling miserable or to protect physicians' sanity but for the very meaning of our medical profession itself, of our being “there.”

Mrs. Rota would like to talk more, but I'm afraid of losing control of my emotions. I try to close the conversation, and she replies, “Thank you, doctor. You've given me some time to talk. You know, I'm alone now.”

“Don't even mention it, Mrs. Rota. It is my duty.”

This “telephonic relatives' round” is a sad ritual that we've begun to initiate every day, because it is impossible for quarantined families to make visits to the hospital. In a COVID-only ward 3 weeks after it all began, patients resemble each other more and more; the only relevant difference is their PaO2–FiO2 ratio, which often can change very quickly (and usually not for the better). Nevertheless, I somehow need this brief conversation with invisible strangers, directly addressing the heart of their sorrow and fears (and mine, as well).

Where medical science fails, medicine can still succeed. After all, this and nothing else is the driving force of medicine's progress across centuries. Long before the advent of antibiotics, pain medications, and oxygen masks, what drove human beings to care for the sick and dying was the urge to dignify and alleviate the abandonment of our common human condition. This frightening pandemic has not only washed away our hospital routine, cancelled our plans, and overturned our priorities; it has also torn apart our families, struck our friends and colleagues, and made unmistakably clear to our forgetful minds that we're all engaged in the same struggle. We're just poor human beings when we don't hold together. Until we prevail.


Simone V. Benatti


MD, Infectious Diseases Department, Hospital Papa Giovanni XXIII, Bergamo

Ann Intern Med. doi:10.7326/M20-1137

This article was published at Annals.org on 31 March 2020.

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pubblichiamo volentieri DEVE PASSARE LA NOTTATA, una riflessione su questi tempi difficili inviataci da FRANCESCO MEMO, autore con Barbara Borlini di due graphic novel: La vita che desideri, Tunuè e La rosa sepolta, Hazel.

“Deve passare la nottata” dice Eduardo, alias Gennaro Iovine, in Napoli Milionaria. Devono passare le buie ore della notte, per sapere se Rituccia, la più piccola dei suoi figli, riuscirà a superare la malattia. Una bambina da salvare e un’etica da ricostruire, nel disorientamento morale nel quale gli Iovine, e tutta Italia con loro, piombarono sotto i colpi della guerra e del fascismo.  

Con lo stesso smarrimento di Gennaro Iovine, tutti noi aspettiamo da giorni che la nottata passi. Supereremo questa malattia? Sapremo farlo insieme, nel nome della solidarietà e della fratellanza, ricordando con Eduardo che “chi prima, chi dopo, ognuno deve bussare alla porta dell'altro”? O saremo sospinti nel vortice della paura individuale, nella tentazione di poterci salvare da soli? Come Donna Amalia, che seguendo la logica del “si salvi chi può”, dai piccoli traffici della borsa nera discende via via i gradini dell’abiezione, fino ad  arrivare a mettere sul lastrico il proprio vicino di casa.

 Dopo le prime settimane di chiusura delle scuole e i tentativi falliti di “spinte gentili”, siamo arrivati alla chiusura totale delle attività e agli attuali divieti di spostamento. Del resto abbiamo ancora negli occhi le immagini dell’irresponsabilità: la diffusa sottovalutazione che continuava a riempire le piste da sci, come i quartieri della movida; la miopia che spinge le aziende (l'imperfetto qui è fuori luogo) a resistere fino all'ultimo alla delocalizzazione casalinga dei lavoratori non essenziali; l’improvvidenza dei treni che dal Nord riversavano il contagio nelle regioni del Centro-Sud, ancora in buona misura non toccate.

Ma in fondo è così facile, così umano, illudersi, non voler guardare in faccia la materia bruta della realtà, soprattutto quando la minaccia, per un errore di prospettiva, sembra ancora lontana e letteralmente invisibile. Come notava Primo Levi, pensando ad altre minacce (umane troppo umane), se c’è un sentimento che è intrinseco nell’uomo che è in pericolo quello è la stupidità.

 Se poi dalle piccole vite di ognuno, guardiamo al comportamento degli Stati e alla capacità di reazione delle nazioni, per non parlare di quel progetto senz’ali che è oggi l’Unione Europea, be’, troviamo ampia conferma all’osservazione di Levi. Manca una risposta coordinata, un agire composto di fronte al pericolo comune, ma anche, più modestamente, la semplice capacità di apprendere dall’esperienza di coloro che sono stati colpiti per primi.

 Ma non è solo questione di stupidità. La nostra, si sa, è un’epoca improntata alla mobilità e alla continua accelerazione (tecnologica, sociale, dei ritmi di vita). Fermarsi, fermarsi tutti (o quasi) è uno scenario non concepibile, perché significa negare il principio dromologico della velocità e del movimento, su cui si basa l’intero edificio economico e sociale. Qualcosa di inimmaginabile, finché, appunto, non avviene. E così senza soluzione di continuità dall’alta febbre del fare - come la chiamava Pietro Ingrao - ci scopriamo radicati al nostro quartiere, in un tempo improvvisamente espanso e sospeso.

  

Aspettare, isolarsi, trincerarsi nelle proprie abitazioni per mistificare il nemico, confonderci con il paesaggio per lasciarlo solo e incapace di nuocere. Il distanziamento sociale come forma estrema di coesione sociale. Sembra un paradosso, e invece è un’attitudine che abbiamo imparato in fretta ad abbracciare (parola oggi intrisa di nostalgia).

 E quindi #restiamoacasa, ma ricordiamoci che casa è una parola ambigua. In inglese possiamo tradurla sia come house che come home: la prima è l’abitazione, l’alloggio, il substrato concreto che ci ospita quotidianamente, mentre la seconda indica l’appartenenza, il luogo reale e mentale che sentiamo di abitare perchè ci fa sentire bene. Ora, non sempre queste due accezioni convergono nella vita di ognuno. Per cominciare, non tutti hanno case spaziose, salubri, riscaldate e sufficientemente confortevoli dove vivere per settimane chiusi dentro. E poi, tralasciando questo aspetto materiale, non tutti abitano in nuclei familiari o di convivenza che sono in grado di assorbire le molte tensioni che produce questa situazione. Anche famiglia è una parola ambigua, altrimenti la storia della letteratura sarebbe molto breve (e quella del teatro brevissima). E poi a quale famiglia ci riferiamo, se una parte significativa degli italiani vive in nuclei unipersonali, ovvero da sola? 

 Quale idea di società ci consegna questa emergenza? Non è facile rispondere. La lotta al virus ci schiaccia su una concezione organicistica della società - l’immunità di gregge, il distanziamento sociale... - nella quale da cittadini liberi finiamo per essere considerati alla stregua di cellule da segregare. Ci troviamo costretti ad ubbidire o al contrario a infrangere consapevolmente divieti che rischiano di essere sempre più stringenti - con il retrogusto di una sinistra voglia di delazione - ma nel contempo, come ha sottolineato David Bidussa, riscopriamo la virtù che si produce dall’adesione consapevole alle norme (anche se limitano le nostre libertà), per perseguire l’obiettivo condivisibile di minimizzare le perdite e massimizzare le cure per tutti.

 Prima ho usato, quasi senza accorgermene, la parola nemico per connotare - e alla fine umanizzare - l’impercettibile virus che ci minaccia. Non è solo una metafora poco originale, dal momento che la retorica bellica in questi giorni è moneta corrente, a tutti i livelli. Dal presidente Macron - “siamo in guerra, una guerra sanitaria certamente: non lottiamo contro un esercito o contro un altro paese. Ma il nemico è qui, invisibile, inafferrabile, che avanza” - agli epidemiologi, dai sindaci ai medici impegnati negli ospedali. Non parliamo di catastrofe, come di fronte ad un terremoto, ma di uno scontro bellico nel quale siamo tutti mobilitati.

 Consapevoli che la guerra ha ben altri connotati distruttivi e disgreganti (come sanno bene i siriani, che la stanno vivendo anche in questo preciso momento), dobbiamo ammettere che il parallelo con l’esperienza bellica esiste e sembra valido. Non tanto per le strade vuote, come prima di un bombardamento, o le file ai pochi negozi alimentari aperti. È la strutturazione segregata delle esperienze quotidiane e mentali che ricorda da vicino ciò che gli storici hanno ricostruito della prima guerra mondiale.

L’evocazione continua di una prima linea dove combattono allo stremo (e purtroppo muoiono) medici e personale sanitario - come i soldati di trincea, incapaci di rendere fino in fondo a chi è rimasto a casa l’esperienza terribile e indicibile che stanno vivendo. L’esistenza di una seconda linea più invisibile, dove operano a rischio i lavoratori dei settori essenziali (operai, commesse, addetti alla logistica e ai servizi inderogabili), che continuano a muoversi in un territorio mutato e inaccessibile ai più. E infine il fronte interno, nel senso proprio del termine, dove si colloca la grande maggioranza di noi che resta a casa. Ma il parallelo non finisce qui: siamo ancora dentro un paesaggio bellico quando tutti i giorni alle 18 ascoltiamo con ansia i quotidiani aggiornamenti dei morti e dei nuovi contagi, alla pari dei bollettini di guerra dello Stato Maggiore, numeri e cifre che - come in guerra - nascondono storie e volti, nuda individualità che ci perturba.

 Siamo in guerra, ma il nemico non è solo invisibile. Il virus, l’essere-non essere della famiglia dei Coronaviridae che abbiamo imparato a chiamare SARS-CoV-2, probabilmente non si riconoscerebbe in questa definizione. Ci fa piacere vederla in questi termini guerreschi, ma la natura segue altre vie. I biologi ci spiegano che un frammento di RNA avvolto da una capsula proteica ha bisogno di un organismo ospite per riprodursi e restare attivo. L’organismo ospite adesso siamo noi, dopo che SARS-CoV-2, o meglio un suo progenitore, ha abbandonato l’animale precedente (probabilmente il pipistrello ferro di cavallo cinese, Rhinolophus sinicus) con il quale aveva una lunga frequentazione. Ed è proprio la mancanza di conoscenza reciproca a rendere così pericoloso il nostro incontro con SARS-CoV-2: lui ha bisogno di noi, noi con ogni evidenza non abbiamo bisogno di lui, ma i biologi pensano che col tempo impareremo a conoscerci meglio, adattandoci l’uno all’altro.

 Se c'é un nemico, quello siamo noi. Nemici di noi stessi abbiamo stravolto e distrutto interi ecosistemi in vastissime zone del pianeta, espondendoci al contatto indesiderato o addirittura cercato (come sembra sia avvenuto in questo caso) con animali selvatici sradicati dal loro ambiente. Ma anche l'agricoltura e l’allevamento industriali possono costituire situazioni che permettono e facilitano la diffusione dei virus, come riconisce David Quammen - il citatissimo autore di Spillover - in un'intervista al Tascabile.

Siamo sempre noi, non il virus, che abbiamo seguito politiche scellerate di tagli alla sanità e ai servizi pubblici, che abbiamo accettato modelli economici che hanno permesso l'esplosione delle disuglianze e delle precarietà, fino a ritrovarci ora ancora più fragili di fronte all'emergenza.

 E così, nel tempo sospeso di questa attesa espansa, risuona una domanda, vecchia come il mondo: “Sentinella, a che punto è la notte?”. Non abbiamo ancora una risposta, come non l’aveva la sentinella del paese di Seir. Sappiamo che il giorno verrà, che il contagio si stabilizzerà per poi finalmente discendere e ridursi a poche unità - come è successo già in Cina e in Corea -  ma non sappiamo quando, gli esperti e i modelli matematici non sono ancora in grado di dircelo. «Il mattino viene, ma è ancora notte! Se volete domandate, chiedete, tornate e domandate ancora».

 E allora torniamo ad Eduardo. Il grande commediografo napoletano non ci dice se la piccola Rituccia si salverà, il sipario si chiude prima che il mattino sbocci. Eppure qualcosa in quel tempo sospeso d’attesa fremente succede. La famiglia Iovine, spazzata dalla guerra, sfibrata e dispersa moralmente - il figlio che ruba, la madre che strozzina, la figlia grande rimasta incinta di un soldato americano ormai partito - si ritrova unita nel tinello di casa (di fronte all’immancabile tazza di caffè). Ha da passa' 'a nuttata. Ma intanto una nuova vita sta già prendendo forma.

 

RACCONTI STILE LIBERO

PUBBLICHIAMO IL TESTO CHE CI HA INVIATO POESIA DEL NUOVO SECOLO

 

RACCONTI STILE LIBERO

RECENSIONE de L'ASSOLUTO di RICCARDO BERTOLIN

Racconto breve, di autore esordiente, elaborato e ricercato. Il viaggio a Venezia diviene occasione per riflettere sulla vita, la morte, l’amore … il senso ultimo delle cose: l’itinerario tra le calli veneziane assume quasi i contorni di una grande metafora sull’avventura del vivere e dell’amare.

La magia della città viene pienamente colta, descritta, riportata con amore ai lettori perché ne possano godere insieme a lui.

 Molte le immagini ardite:

“Venezia è una donna che non si rade;”

“Cielo e mare amoreggiano e diventano una cosa sola”;

“I turisti immortalano Venezia con le macchine ma dovrebbero immortalarla con il cuore”;

“Punta della Dogana … a tu per tu con il mare … non è un luogo dimenticato da Dio: sembra di stare in Paradiso”.

I molti riferimenti letterari, dotti e filosofici, espliciti ed impliciti, uniti ad un linguaggio ricercato e metaforico, danno al racconto un gusto barocco, saporito anche se talvolta lontano dalla spontaneità propria dell’età giovanile.

Lettura da consigliare a chi ama scoprire le bellezze fuori e dentro di sé.

L’ASSOLUTO di Riccardo Bertolin- su Amazon/Kindle

 
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RACCONTI STILE LIBERO

RACCONTI INVIATI DAI NOSTRI LETTORI: 

GUASTA di Luca Leccese

L’uomo primitivo non conosceva il bar.

Quando la mattina si alzava, nella sua caverna,

egli avvertiva subito un forte desiderio di caffè.

Ma il caffè non era stato ancora inventato

e l’uomo primitivo aggrottava la fronte,

assumendo la caratteristica espressione scimmiesca.

S.Benni, Bar dello sport (Milano, Feltrinelli, 1995)

«Lo sai che non sono matto. Non mi sarei mai azzardato» disse l’uomo con gli occhiali al tavolino del bar. Seduto di fronte aveva un uomo di poco più corpulento, con dei baffi folti e le rughe sulle guance quando le muoveva.

«Hai fatto di peggio in passato» rispose asciugandosi i baffi col dorso della mano, dopo aver bevuto dal boccale di birra. Il compagno aveva un caffè e mezzo bicchiere d’acqua. Era passata da poco l’ora di pranzo e nel bar c’erano solo i due uomini seduti, il barista in maniche di camicia sullo sgabello e un ragazzo al bancone che leggeva notizie sportive.

«Non dire stronzate, Salvatore. Non lo avrei mai fatto e lo sai» insistette l’uomo con gli occhiali.

«Io so solo che adesso siamo in questo buco di paese ad aspettare che passi il caldo.»

«Be’, non è poi così male, questo paese. Ci sono la campagna, le colline, ci si rilassa.»

«È un buco di paese. La prima città è lontana chilometri, insieme alla stazione e a ogni altra via di fuga» sospirò e aggiunse «ma cazzo, Giovà, ma come t’è venuto in mente!»

«Andiamo, non prendertela così. T’ho detto che non l’avrei mai fatto se non fossi stato sicuro». Poi Giovanni si rivolse al barista «me lo fai un altro caffè?» gli disse.

«Mi dispiace ma niente più caffè, la macchina si è rotta dopo quello che ho fatto mezz’ora fa. Ho appena chiamato il tecnico».

Giovanni alzò le sopracciglia sorpreso «Niente più caffè?» sospirò, e con un’espressione più ironica che risentita aggiunse «ci mancava pure questa.»

In quel momento, dallo spazio aperto della porta del bar sulla strada si vide passare da destra a sinistra il lampo bianco di un furgone, che subito dopo frenò. Si sentì grattare il freno a mano e lo sportello aperto e non richiuso; il motore rimase acceso nel silenzio assolato del primo pomeriggio. Un tipo segaligno e senza molti capelli entrò nel locale con passo svelto.

«Franco, fammi un caffè» disse al barista.

«Non posso, oggi la macchina è rotta» rispose quello senza sciogliere le braccia conserte.

Il segaligno lo fissò alcuni secondi, poi la mano iniziò a tremargli leggermente «Che cosa?»

«La macchina non funziona» rispose paziente il barista «ho chiamato il tecnico, ma dice che oggi di venire da noi non se ne parla».

Al tremolio della mano si aggiunse quello del braccio «Ma brutto figlio di puttana! Ma CRISTODIDDIOINCROCE! Ma io vengo qui dopo pranzo e tu non c’hai il caffè? Ma questo è un bar o no? Che cazzo apri a fare se non c’hai il caffè? Mi devo fare venti chilometri per prendere un caffè?» gli apparve una vena sul collo, gonfio come quello di un rospo.

Si girò e con lo stesso passo che aveva all’ingresso, uscì portandosi dietro lo strascico delle sue urla «allora ditelo che è una congiura del cazzo! IO SE NON PRENDO IL CAFFÈ DIVENTO NERVOSO!». Si richiuse lo sportello e il furgone si allontanò.

«Quello peggiora ogni giorno di più» disse il barista osservando i fili della tenda che

tornavano al loro posto dopo il passaggio dell’uomo.

«Ti sbagli, è sempre stato così» gli rispose il tizio al bancone senza alzare lo sguardo dal Corriere dello Sport.

«Ma che succede in questo bar che si vede la gente uscire urlando? Se non vi conoscessi personalmente, e se non conoscessi lui, penserei che abbiate offeso il mio compare» a parlare, togliendosi il cappello di paglia, fu un signore sulla settantina, distinto e abbronzato che indossava una camicia di lino; era accompagnato da una signora alta, con i capelli bianchi e le rughe profonde che le disegnavano un viso elegante e asciutto.

«Professore» disse Franco sorridendo all’uomo e facendogli un mezzo inchino «lei sa che in questo bar non si offendono i clienti».

Il Professore fece un cenno di saluto ai presenti, che ricambiarono, poi continuò «benissimo, perché in queste giornate, caro Franco, c’è bisogno di calma, se no il caldo ci prende alla testa. Da giovane ho vissuto diversi anni in Medio Oriente e il più grande insegnamento che gli arabi mi hanno dato è l’importanza delle cose lente».

Si avvicinò al bancone «il caffè lo tostano (almeno allora così facevano), lo bolliscono e lo servono in tazza. Il primo lo offre il padrone di casa per iniziare la conversazione, l’ultimo lo chiede l’ospite, per dire che se ne deve andare. Ma in mezzo a questi due caffè – si guardò intorno – c’è un mondo di parole. E mi creda, Franco, lei e i suoi avventori – verso i quali sorrise – credetemi se vi dico che gli arabi sono in grado di parlare per ore».

il Professore dava ritmo alle parole col movimento dell’indice, come un maestro che guida l’allievo nel solfeggio «insomma, il modo migliore per calmarsi e riprendere possesso del tempo è proprio sorseggiare un buon caffè, che lei adesso, con gentilezza, ci servirà al tavolo.»

Il ragazzo al bancone, con la testa chinata, sorrise.

«Mi dispiace deluderla, professore, ma la macchinetta è guasta» disse il barista con sguardo dispiaciuto e aggiunse «il suo compare si è innervosito per questo». Poi scrisse GUASTA con un pennarello su un foglio di carta e lo attaccò alla Gaggia che imponeva alle sue spalle come un vecchio bisonte malato.

«Vorrà dire che ci accontenteremo di un’orzata, ci piacciono anche le mandorle, vero cara?» fece rassegnato il Professore «ci sediamo fuori, devo raccontare a mia moglie le ultime novità» passò il suo sguardo dal barista ai due uomini seduti al tavolo «e poi dobbiamo prepararci per un piccolo

viaggio».

Si rimise il cappello e, facendo strada alla moglie, uscì sorridendo.

«Vorrà dire che ci accontenteremo di un’orzata» disse Salvatore imitando il professore «quanto mi sta sul cazzo quello!»

«Già, tra l’altro non si fa neanche con le mandorle» chiosò Giovanni.

«Che hai detto?»

«Che non si fa con le mandorle».

«Di che stai parlando?»

«Dell’orzata, non si fa con le mandorle. Sembra alla mandorla, ma c’è dentro un’altra cosa.»

«E che cosa?»

«Non lo so»

«Allora come fai a dire che non sono mandorle?»

«Lo so, lo so, sta tranquillo, devo averlo letto da qualche parte»

«Sì, ma non puoi esserne sicuro. Se non ti ricordi neanche dove lo hai letto o sentito.»

«Andiamo, Salvatò, non te l’avrei mai detto se non fossi stato sicuro.»

Salvatore fissò l’amico, immobile. Alle sue spalle il ragazzo al bancone scoppiò a ridere.

«Che c’hai da ridere tu, che ne sai come si fa l’orzata, stai sempre con la testa dentro a quel giornale sportivo» disse Giovanni al ragazzo, alzandosi e poggiando le mani sul tavolo.

Quello per la prima volta distolse lo sguardo dalle notizie e rispose «non è per l’orzata che rido.»

«E perché allora?»

«Perché è la seconda volta in mezz’ora che ti sento dire la stessa frase “non lo avrei fatto se non fossi stato sicuro”» rise ancora «e dopo quello che hai fatto ieri, chi ti crede più».

«Ma che ne sa questo» disse Giovanni rivolto a Salvatore, ancora immobile.

«Mi sa che quello che non ne sa niente sei tu. Diglielo Salvatò» si alzò e batté il dorso della mano sulla spalla di Salvatore «che se il tuo compare butta a terra un sette quando ancora non ne è uscito nessuno vuol dire che ne ha in mano almeno un altro e che tu quel sette lo devi far prendere agli avversari, così il prossimo, quello bello, è tuo. Impatti i sette ma fai un punto in più – scosse il capo – lo sa pure mio nipote che fa le elementari. E così vi siete giocati la finale e il premio del torneo. E in vacanza ci vanno il Professore e il suo compare.»

Giovanni rimase con la bocca aperta, come se aspettasse di afferrare una risposta nell’aria.

Poi sospirò e si mise a sedere abbassando lo sguardo sulla tazzina vuota di caffè.


 

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