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GLI EXTRA DEL GIOVEDI'

FIAT VAX

FIAT VAX, 2021 Maurizio Bossi editor
Dedicato a quanti hanno sofferto, Fiat Vax è frutto di “una sera a cena” in cui un bel gruppo di medici e sanitari “vaccinatori”,  il  cui  “volontario ottimismo non è sopito “, si incontra e, tra una parola e l’altra, concepisce l’idea di raccogliere aneddoti e ricordi vissuti nei sei mesi trascorsi nella campagna vaccinale anti-Covid presso l’Hub di Milano, H. Niguarda.
Così, pagina dopo pagina, ci troviamo a scoprire gioie, dolori, speranze e pensieri di vaccinatori e vaccinati.
C’è chi, dopo aver rinunciato alla “sosta pranzo” per somministrare  il vaccino a un allegro gruppo di ragazzi down, riflette che “erano loro a ringraziare, ma sbagliavano perché ero io a dover ringraziare loro, perché mi avevano regalato il loro  sorriso la loro serenità e mi avevano dato una lezione di vita”; chi si trova di fronte un signore distinto che risponde al nome di “Giovanni Trabattoni, sì proprio “quello lì”; chi, senza accorgersi, domanda a un trasgender nato maschio se “sa di essere gravida o esclude per certo di esserlo”; chi, con lieve ironia, definisce i pensionati di Niguarda “Cavalieri della Tavola Rotonda”  che non esitano a scendere nuovamente in campo, in quanto ammalati di quella malattia cronica che “ si chiama Niguardite, che   ti avvolge come malia sottile, ti sta dentro e non ti lascia. Credi di non averla o di esserne immune: in realtà, come gli anticorpi al momento del bisogno, compare e non ti molla. Affascina come il canto delle sirene.”
E poi ci sono loro, i vaccinati della primissima ora: “ bisognava vederli: le donne fresche di parrucchiera, eleganti, con l'immancabile filo di perle, gli uomini in giacca e cravatta, profumi leggeri, dopobarba, con un vaghissimo retrogusto di naftalina. Al nostro: "come sta?” rispondevano sempre "benissimo!".
E poi… e poi ci sono tante, tantissime altre storie, perle, riflessioni che vale la pena leggere.
Che sapore rimane al termine di questa lettura? Sicuramente quello dei panini, tramezzini, pizzette, piadine … trangugiate dai medici vaccinatori a gran velocità,  insieme a un caffè o a una bevanda calda. Prima di riprendere il servizio.

 
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GLI EXTRA DEL GIOVEDI'

LA CANTINA DI DAVIDE PROCOPIO

La cantina

 “La paura è una grande passione, se è vera deve essere smisurata e crescente. Di paura si deve morire. Il resto sono piccoli turbamenti, spaventi da salotto, schizzi di sangue da pulire con un fazzolettino. L’abisso non ha comodi gradini.”

Cari Mostri, Stefano Benni


Quando ero piccolo avevo paura della cantina di casa mia. Non ricordo da cosa fosse nato questo sentimento, ma so che ne ero terrorizzato. Forse era perché fin da tenera età i miei genitori mi proibirono di entrarci. Erano tanti i tabù di famiglia, ma il varcare quella porta era ciò che più in assoluto mi spaventava. Capì il motivo solo da adulto. E come ogni paura, era sempre stata parte di me.


Era il 3 Settembre quando lessi della scomparsa dei miei genitori. Davanti a quella notizia ebbi una reazione che socialmente potrebbe essere definita strana. Perché in realtà, non ebbi nessuna reazione. Solo una parola fece qualche effetto su di me. La causa: sconosciuta. Sconosciuta. Fu il primo termine che mi fece provare un sentimento da quando avevo iniziato a leggere. Undici lettere che da sole mi provocarono più disagio di tutto il testo in sé. Rilessi la lettera del dipartimento per qualche minuto, più volte. Non che dicesse un granché. I miei erano scomparsi da un mese, nessuna notizia, nessuna traccia, semplicemente spariti. Tutto lì. Nient’altro.  Eppure passai diversi minuti a ripetermela nella mente. La verità e che tentavo di stimolare qualcosa dentro di me. Provavo e riprovavo a suscitare una singola emozione di sconforto, una tristezza, anche solo una piccola lacrima nei confronti di quella perdita. Ma in realtà l’unico sottile sentimento che mi rapiva era la stessa leggera paura di non riuscire a sentire qualcosa. Non avevo mai provato quanto fosse complicato piangere. La gente crede che sia difficile provare felicità, ma pochi sanno quanto è difficile costringersi a provare tristezza. Non è una cosa che si può ideare sul momento, la tristezza. Bisogna ferire i punti giusti al momento giusto. Ma non provare sconforto, non piangere, è altrettanto disumano in questi casi.

“E tu non sei disumano.”


Mi ripulii le braccia dal sangue. Niente lacrime. Da quanto tempo non vedevo i miei? Sei anni? Sette forse. Ed erano spariti quasi da uno. Ma era impossibile che mio padre lasciasse il quartiere senza dire nulla. Troppo orgoglioso, troppo testardo. Mi sedetti sul divano e tentai di affidarmi ai ricordi per trovare quella valvola da cui far esplodere qualcosa, ma ormai avevo passato la soglia tra il razionale e l’emotivo. Il mio cervello era più concentrato a pensare a come fanno le persone a piangere che a trovare una reale ragione per farlo. È il paradosso della vita, tenti di capire come qualcosa funziona davvero senza mai centrare il punto. Forse neanche esiste un punto. Mi alzai per andare a preparare le valige. Ci avrei messo almeno tre ore a raggiungere la città. Avrei dormito là. Dentro quella casa. E ci sarebbe stata la cantina.

“E ci sarai tu.”


Era come la ricordavo. La porta grigia, sporca, graffiata e marcia dall’umidità e dalle termiti. La maniglia di ottone arrugginita e spenta, ricoperta da uno strano strato appiccicoso e unto. Il colore era quello di una bara, ma di un castagna più scuro, rendendola in un certo senso meno elegante. Non era invecchiata di un giorno. Sembrava quasi mi stesse aspettando, come se attendesse di vedere la mia reazione davanti a lei. Come se lo sapesse. Sapeva che faceva nascere in me pensieri angosciati e oscuri, malsane idee che si aggrappavano dentro e iniziavano ad arrampicarsi portandosi dietro uno stormo di inspiegabili paure. Non era tanto l’aspetto che mi preoccupava, quanto la sua insensatezza stessa, un fatidico enigma di cui non comprendevo il significato. Perché mai avremmo dovuto avere una cantina? Era una domanda che mi facevo spesso senza però mai darmi risposta, e lì davanti ancora non riuscivo a capirlo. Tutto quello di cui avevamo bisogno era di sopra: lavatrice, asciugatrice, tavolo da biliardo. Non c’era nulla che quella cantina potesse contenere che non fosse già in casa. Vecchi scatoloni? Una stanza segreta? Per cosa poi? Cosa nascondevano i miei? C’entrava con la loro sparizione? E perché non potevo entrarci?

“E perché ti fa paura?”

Iniziò a passarmi in testa un torrente di immagini. Mio padre che apre la porta e scende giù, con qualcosa in mano, ha il viso scuro. Il volto scarno, bianco, affaticato dal sudore, gli occhiali piccoli con una lente rotta. Io che mi allontano, impaurito. Lui che mi urla addosso. La faccia gonfia, piena di pensieri, gli occhi più scuri del solito, un oggetto scintilla tra le sue dita. Poi una nebbia, rossa, strana, offusca i miei ricordi, un pianto mi stringe il petto. Vedo un pugno che si alza, mamma che dice di fermarsi, mi tira via. Sento il profumo del suo vestito, le sue lacrime mi bagnano il naso. E grida. Tante grida. Non è rabbia, è più… disperazione. Fallimento. Un tocco di impotenza e di paura. Mio padre si scaglia verso di lei, rabbioso, fradicio. La colpisce forte. Vorrei dire qualcosa. Di smetterla. Vorrei urlare con tutta l’aria che mi scorre in corpo. Vorrei che qualcuno mi sentisse. Ma non ci riesco. Mi manca qualcosa. È volontà forse, o semplicemente le parole, ma è come se non conoscessi una parte di me. Sono troppo piccolo ancora. Troppo. C’è del sangue per terra, e un coltello sporco. Mamma piange forte, sembra ridere, ha dei segni sul collo ora. Dice cose che non capisco. Papà la prende per i capelli e la sbatte via. Esce di casa, mi rivolge un ultimo sguardo incomprensibile. È accusatorio.

« È colpa tua.»

La cantina è sempre lì. Sussurra. Osserva. Invalicabile.


Bloccai la mano. Richiusi le ferite sulle braccia con del nastro in cucina. Decisi di mettere giù le valigie in camera. Volevo farla finita una volta per tutte, chiudere quella storia come un brutto e infantile ricordo. Mi diressi verso la porta a passi sostenuti. Toccai la maniglia d’ottone. Come reazione immediata il mio corpo iniziò a tremare. Fu come un istinto naturale,una risposta autonoma insita nel mio cervello, senza che però ne capissi la ragione, e questo era ancora più angosciante. Iniziai a riflettere su un fatto abbastanza banale ma su cui non avevo mai posto attenzione:  che il conoscere ciò ti terrorizza fosse una cosa estremamente utile nella vita quotidiana, perché permette di difenderci da essa, o di evitarla al massimo. Ma il non conoscerla al contrario poteva essere a sua volta angoscioso, per non dire spaventoso. Non c’è cosa più terrificante del sapere che dentro di te esiste una paura di cui tu però non conosci ancora il nome. Milioni e milioni di anni di evoluzione e di storie, e la cosa che ancora ci spaventa di più è ciò che sta dentro la nostra mente.

“Non puoi fermarti. Lei vuole essere aperta da te.“

Non potevo abbandonarmi a quei pensieri. Non ora che ero così vicino. Non ora che lui non c’era. Girai la maniglia. La spalancai completamente. E guardai. Finalmente potevo conoscere.

“Non lo sai già?”

Mi paralizzai. Cominciò a mancarmi l’aria, distolsi lo sguardo per tentare di riprovare a buttare ossigeno nei polmoni.

Un muro. C’era un enorme muro di mattoni rossi che copriva tutta l’entrata. Non sapevo se essere tranquillizzato o se sentirmi preso in giro. Era così da sempre? No, impossibile, avevo visto entrare mio padre più volte lì dentro. Appoggiai la mano sopra. Era caldo. Di quel calore non ustionante, ma tiepido, come il respiro che appanna i vetri d’inverno, come il sudore d’estate dopo una lunga corsa. Era un calore… vivo. E pulsava. Sembrava il battito di qualcuno. Feci scorrere la mano fino al bordo. La sensazione che provai nel toccarlo fu un forte torpore, quasi piacevole. Mi accorsi che portando la mano al limitare della porta toccavo qualcos’altro. Qualcosa di liquido e denso. Rosso. Era sangue. Stava uscendo del sangue dalla fuga dei mattoni.

“Vai oltre.”

Qualcuno suonò alla porta.


All’ingresso non c’era nessuno. D’altronde era notte fonda. Ma chi aveva suonato? Vidi che c’era una busta sullo zerbino. La raccolsi con esitazione. Non c’era emittente o destinatario sopra, né un sigillo o qualcosa che riconducesse al chi poteva averla spedita. Non ero sicuro di doverla aprire considerate quelle strane circostanze, ma la curiosità ebbe il sopravvento sulla ragione e strappai la carta velocemente. Ci misi qualche secondo a capire cosa ci fosse dentro. Era un coltellino svizzero con l’impugnatura di legno color cappuccino, solo molto più grande del normale. Conteneva due oggetti di ferro al suo interno. Il primo era una lama, tagliente e spessa, mentre il secondo era una chiave fatta di ottone. La rigirai tra le mani per un po’, per poi accorgermi che vi era inciso qualcosa da un lato. ‘Per mio figlio’ . La scritta terminava prima della lama. Mi guardai ancora attorno.

«Vecchio!» gridai nel vuoto «Fatti vedere! Non ho idea se questo sia uno stupido scherzo per mettermi paura, ma finiamola qua e affrontami da uomo. Cos’è, alla tua età godi ancora nel creare stupidi problemi a tuo figlio? Credi che dopo tutto queste cose mi facciano ancora paura?»

Nessuna risposta. Sentii solo gracchiare qualcosa nel buio. Guardai ancora la lama.

“Usala.”

Per cosa? E chi me l’aveva consegnata quella busta? Mi girai. Il mio corpo ricominciò a tremare istintivamente. Sentii le gambe cedermi. La porta era chiusa. Si era chiusa. Prima era aperta, io l’avevo aperta. Il muro, il sangue, l’avevo visto. La paura si impadronii di nuovo di me in così pochi istanti da farmi dubitare della lunghezza stessa del tempo per quanto durarono eterni nella mia mente. Mi avvicinai di nuovo, a piccoli passi. Il sudore colava freddo sulla pelle. Presi il coltellino-chiave e lo infilai nella fessura. Entrava. Combaciava perfettamente. Un sospiro, due sospiri, tre. Lo riposi in tasca. Salii sopra in camera in un silenzio sconfortante.

Mi convinsi che qualsiasi cosa ci fosse in quella cantina non mi interessava più. Il sudore scorreva ancora freddo sul mio volto.

Ero così vicino. Mi bastava così poco.

“Ti bastava così poco.”


C’erano dei corvi la notte. Gracchiavano fuori in maniera assordante, come gessi che stridono su una lavagna consumata. Quanti serano? Non tanti, due al massimo. C’erano sempre stati quando ero piccolo?

“I corvi erano uccelli senza anima. Lo raccontava mamma, ricordi? Al contrario dei gabbiani, che erano la reincarnazione delle anime perdute, i corvi divoravano gli spiriti dei morti senza un luogo dove andare, e li vomitavano nell’oltretomba.”

Chissà perché mi raccontava quelle storie così inquietanti.

“Forse perché era sempre stata una donna infelice.”

 Mi rigirai nelle coperte del letto, portandomele fino al naso. Era un pensiero infantile ma le coperte sembrano sempre poterti proteggere da tutto il male che c’è fuori. La paura spesso si misura in quanto ci mettiamo sotto le coperte. E non c’è nulla che possa oltrepassarle. Nulla. Nessun corvo, nessun vampiro o mostro può toccarti se sei sotto delle morbide coperte. Nemmeno papà. Vero mamma?

«Verissimo tesoro.»

La abbracciai. Il suo corpo profumava intensamente. Non avrei saputo dire di cosa, ma aveva quel profumo inconfondibile che la propria mamma possiede. La pelle calda, accogliente. Il seno tiepido, umido. Ero immerso nel suo corpo. Lei iniziò a gemere. Aveva un respiro morbido, pesante, come se fosse ogni cellula del suo corpo a respirare nello stesso momento. Mi inumidiva il viso appannandomi gli occhiali. La guardai negli occhi. Erano grandi, dall’iride verde bosco, con qualche tinta nocciola.

Il che fu strano perché credevo che mia madre avesse gli occhi azzurri.

 No.

Io ero sicuro che avesse gli occhi azzurri.

Da quando poi portavo gli occhiali?

La pelle iniziò a farsi più viscida, oleosa, si stava avvinghiando al mio corpo in modo simbiotico. Il suo abbraccio diventava una stretta, sempre più forte e più ossessiva. Sembrava fango che mi trascinava dentro di sé, sabbie mobili di carne nera mi invadevano la pelle. Il respiro si fece più umido, mi bagnava il volto di un liquido più denso, arrivava fino al collo, sentivo l’umidità che mi immergeva in una torbida sostanza buia. Provai a risalire nuotando verso l’alto di quell’abisso,ma più provavo a muovermi più qualcosa mi afferrava piano dalla gamba, risalendo da sotto i pantaloni come un verme che si arrampica, fino ad arrivare sotto il mento. Mi avvolse insistentemente lungo tutta la pelle, era caldo, liscio, ma aveva qualcosa di viscido nel suo attaccarsi, qualcosa che mi faceva venir voglia di scappare. Si era sparso tutto attorno al mio corpo, ne sentivo il suo odore, il suo essere appiccicoso, come una patina di sudore addosso alla pelle, e diventava più stretto, sempre più stretto.

“Legati a me. Ritorna da me.”

Dal profondo del vuoto due occhi mi guardavano, bianchi e pallidi, e una bocca deforme sussurrò piano parole che già conoscevo ma che non compresi. La bocca si fece più larga, più squadrata, era come un rettangolo, una porta, quella porta, si spalancò sotto ai miei piedi. Il tentacolo tentava di portarmi più giù, sempre più giù, in quel vuoto nero che sentivo gracchiare nella mia testa come un esercito di morti che invocavano la mia anima. Mi divincolai come un disperato, ansimai, urlai dentro il mare ebano che mi era attorno, ma chi può sentirti quando neanche il tuo respiro fa più rumore.

“Corri corri, bimbo mio,

scappa scappa dall’uomo nero,

entra dentro, nella grotta

quanto è buio fuori, vero?”

Cos’era quella filastrocca?

C’era qualcosa nella mia tasca. Qualcosa di metallico, di pesante. Con la mano attaccata al bacino la tirai fuori. Era un coltello, affilato, lungo, lungo abbastanza da far male. A chi? Lo impugnai dal manico e lo infilzai dentro la pelle della creatura. Mi accorsi solo in quel momento che il tentacolo era molto più sottile di quanto pensassi. Sembrava fatto di carne, carne di un rosa pallido. Era… un cordone ombelicale?

“Non fuggire.”

Un torbido grido di rabbia e dolore lacerò il petrolio in cui ero immerso e il tentacolo lasciò andare il mio corpo. Un ultimo sguardo d’odio mi sussurrò le stesse parole di prima, quali? La porta si trasformò in un ghigno orribilmente umano, denso di ogni incubo che avevo nella testa, chiudendosi per poi rismarrirsi nel vuoto. Il mio corpo cominciò a risalire lentamente in superficie, finché non fui riemerso totalmente, asciugato da una brezza piacevole. Tentai di tirare un boccone di ossigeno. Ci provai. Ma era impossibile. Non avevo più la bocca. Da sotto al naso c’era solo carne, un muro di carne. Sentivo dentro la lingua i denti, ma non labbra da poter aprire. Ma dovevo parlare, dovevo buttare fuori . Di fermarsi. Di fermarmi. Finalmente piango. Anche un bambino piange.

Perché hai in mano un coltello?


Non so se vi siete mai svegliati coperti di sangue, ma la prima cosa che pensi quando questo succede è se quel sangue sia tuo o meno. A prescindere da cosa credete vi sentirete presi da una profonda paura, perché non esiste una risposta buona a un dilemma simile. Quando il letto è inzuppato di rosso e l’odore ti riempie i polmoni non hai soluzioni se non quella di trattenere un urlo che tenta di liberarsi selvaggio dal tuo stomaco, e il vomito attraversa la gola in un istante soltanto. La carcassa di un uccello morto bianco  davanti a me non aiutò di certo. C’erano delle viscere strappate dall’intestino e un occhio caduto ai piedi del letto. Aveva il becco piccolo, le piume macchiate di diverse tonalità rubino. Non avevo neanche idea che i corvi potessero essere bianchi. Forse non era neanche un corvo. Avevo fatto io quel macello?

Pulii le ferite sulle mie braccia. Faceva più freddo del solito. La finestra era rotta, forse era stato il corvo. Pensai che entrando e spaccandola si fosse tagliato. Mi alzai dal letto. Avevo avuto incubo così… reale. Sentivo ancora quel liquido nero addosso, il suo odore. Volevo andare a farmi una doccia e pulire tutto, ma non ebbi nemmeno il tempo di alzarmi che sentì bussare. Bussare. Non suonare il campanello. Bussare. Non era da fuori. Era da giù. Da dentro. Dalla cantina.

Scesi le scale con estrema cautela. Non volevo rivelare la mia presenza a chiunque stesse bussando. Arrivai davanti. Tolsi la chiave per sbirciare dalla serratura.

C’era un occhio osservarmi dall’altra parte.

Mi ritrassi immediatamente. Il bussare ricominciò più insistente, più enfatico, come un tamburo suonato da qualche tipo di tribù. La porta iniziò a cigolare di più, i cardini parevano quasi cedere a quelli che ormai erano pugni che si infrangevano contro il legno. Se inizialmente erano le nocche a bussare ora era tutta la mano che tentava di farsi sentire, vedevo addirittura il manico muoversi avanti e indietro mentre quel qualcuno faceva di tutto per poterla aprire. Non voleva entrare. Voleva uscire da lì dentro.

Il rumore si fece più pressante, più forte, potevo sentire quella persona – ammesso che lo fosse -  lanciarsi addosso la porta per sfondarla, i cardini iniziavano a cedere, il legno diventava più fragile, l’impeto più incessante e brutale, le assi di legno si staccavano come pelle in decomposizione, si spaccava sempre di più, pochi colpi e si sarebbe distrutta.

“Apri! Apri!”

Mi allontanai per non essere travolto e chiusi gli occhi.

C’era un bambino che piangeva.

Li riaprii .

La porta era ancora lì, immutata. Sembrava che nulla l’avesse scalfita. I cardini erano a posto. Il legno intatto. La chiave dentro la serratura.

Un pianto. Di nuovo. Era da su.


Corsi, sta volta. Ancora non capivo il perché, ma c’era qualcosa di incredibilmente consapevole e al contempo oscuro che mi muoveva dentro. Era un pianto familiare, come di un bebè, un pianto che mi ricordava qualcosa più che qualcuno, ma non riuscivo a chiarire cosa. Entrai in fretta nella stanza da cui proveniva il pianto. Era la mia camera, ancora sporca da prima. Mi accorsi che c’era qualcosa sul letto, un fagotto grande quanto un pallone da calcio avvolto nelle lenzuola che si muovevano. Cominciò a tingersi di rosso, sempre più velocemente. Il pianto diventò più alto e più angosciante, ormai erano urla di preghiera e di disperazione. Con estrema cautela alzai la coperta. Emisi un sospiro di sollievo nel vedere che erano solo due corvi neri, poi subito un urlo di disgusto nel comprendere che stavano divorando la carcassa del loro compagno bianco, lottando tra di loro per le budella dell’animale, contendendosi con i becchi le sue viscere. Erano orripilanti.  Davanti a quello spettacolo raccapricciante mi mosse quello stesso impulso sconosciuto di prima. Presi coltello, e iniziai a pugnalare alla cieca le due bestie davanti a me gridando con rabbia e con una crudeltà ingiustificata, ma che percepivo dentro di me come importante, come necessaria, e se anche non fosse stata necessaria mi era dovuta, io dovevo sapere, dovevo capire, una, due, dieci coltellate, senza sapere, senza capire…

“Howard.”

Mi bloccai. Giurai per un secondo di aver visto una figura umana. Mi fermai un secondo per comprendere che ormai stavo solo pugnalando il letto. I corvi erano spariti, e sulle coperte rimaneva solo esamine un uccellino bianco inzuppato di sangue. Avevo delle ferite ai polsi. Le ripulii con le lenzuola.

Mi girai verso l’ingresso della camera. Ma quella che c’era non era la porta della mia stanza. Non più. Era di nuovo lei. Forse lo era sempre stata. Forse era questo che voleva vedermi fare. Mi avvicinai esitante ma stanco, sfinito dal sudore e dall’odore nauseabondo proveniente dall’uccello. La mia paura non cedeva, ma ormai qualcosa aveva preso il sopravvento, qualcosa che non sapevo più descrivere. Misi la chiave nella serratura e girai. Ora il muro sembrava davvero fatto di carne. Pulsava davanti a me. Appoggiai la mano. Affondò lentamente senza che vi fosse alcuna resistenza. Tremai per qualche secondo in maniera compulsiva, ma non mi bloccai. Mi lasciai trascinare dentro di sé fino all’avambraccio, per poi immergere il viso e tutto il corpo. Varcai la soglia della cantina. Qualcuno cantava una filastrocca.


Appena varcai il muro la porta dietro di me si chiuse dietro di me sbattendo. Tentai di riaprirla ma non c’era più la maniglia da girare.

“Vai avanti.”

Premetti un interruttore vicino. Delle piccole luci rosse si accesero una dopo l’altra nelle lampadine del corridoio davanti, indicandomi le scale da percorrere come flebili fuochi fatui. Scesi i gradini con il cuore che non cedeva a smettere di battere furiosamente. Lo sentivo più pressante e bombardante del solito, come fosse direttamente collegato al mio cervello. La lunghezza della discesa poi era strana, di una profondità innaturale per una casa di una cittadina di periferia. Iniziarono a farsi sentire dei macabri mugolii. Gemiti strani, perversi, si sentiva il rumore della saliva di una bocca che risucchiava avidamente qualcosa, e un lamento lento e ostinato che lo accompagnava disgustosamente. Il battito però non cessava di infliggere spinosi dolori nella mia testa, costringendomi spesso a fermarmi e a dover subire tutto insieme per lunghi secondi quel lugubre concerto. Dopo minuti che parvero giorni le scale finirono davanti a una soglia. La oltrepassai per entrare in una grande stanza rossa che odorava di muffa e latte scaduto. C’era poca luce, ma si riusciva a scorgere bene ciò che stava ai lati. Principalmente giocattoli. Scatole e scatole di inquietanti pupazzi rattoppati e pieni di tagli dai quali usciva fuori della lana grigia e polverosa. Alcuni carillon da cui proveniva una melodia malinconica pendevano dal soffitto e giravano su se stessi senza fermarsi mai, come inquietanti giostre mute che vagano senza fine. C’erano diversi libri dell’infanzia dentro a uno scaffale pieno di ragnatele, decorato solo da alcuni ciucci e biberon mezzi pieni, incrostati e sporchi di qualche sostanza. Una culla nell’angolo in fondo a destra continuava ad andare avanti e indietro, scricchiolando sulle assi emettendo un fastidioso fischio. Era una culla piccola, dai colori spenti, adatta a un bambino di massimo sei mesi. Accanto vi era una bambola di grandi dimensioni, enormi a dire il vero, quanto un essere umano, ma non riuscivo a vederla bene. Il tutto sembrava… una camera per un bambino. Ma era più una camera degli incubi di un infante, come una sua visione distorta. Il suono salivante si fece più leggero, ma riuscivo a sentirlo in modo più nitido. Era il suono di una bocca, ne ero certo. Feci qualche passo verso il centro della sala, quello più oscurato. Era da lì che provenivano i versi. C’era una figura cupa e nera, e più andavo avanti più riuscivo a distinguerne i tratti. Era ingobbita, accovacciata sulle gambe con la testa verso il basso, le mani sembravano tenere in mano qualcosa. Emetteva suoni strani, animaleschi, e aveva i gomiti spigolosi rivolti verso l’alto. Pareva un uomo, ma aveva un fare famelico, bestiale, quasi come se stesse divorando la sua preda,se stesse… mangiando. Stava mangiando qualcosa.

No. Stava mangiando qualcuno.

Si girò  verso di me con uno scatto e finalmente riuscii a vederlo in tutta la sua mostruosità. Arretrai, tremai impotente. Era curvo, con la camicia sudicia e sbottonata, i pantaloni larghi attorno a una vita fine. Il corpo scarno, magrolino, quasi senza peli, un deserto bagnato solo dal madido sudore che lo copriva. Gli occhi neri e le orbite vuote fissavano solo ciò che aveva in bocca. Ed era proprio quello che fece smettere di battere il mio cuore per diversi secondi. Tra le sue fauci c’era la testa di un bambino ormai maciullata fino al cranio, smembrata in macabri pezzi che l’uomo masticava e succhiava avidamente, emettendo orrendi versi e gorgoglii. Le labbra coperte di sangue erano spalancate in maniera disumana per poter contenere il neonato, e con le mani tentava di spingere dentro anche il corpo dell’infante ormai esamine per portarselo fino in gola.

Nel girarsi gli caddero gli occhiali.

Certo.

A causa del corpo magrolino non lo riconoscevo.

Si lanciò verso di me ferocemente con ancora il bambino in bocca, calpestando le lenti davanti a sé nell’impeto. Lo scansai velocemente e corsi dal lato destro della stanza in preda all’orrore di quello che avevo davanti, alimentato dall’udire dietro di me un ruggito rabbioso e terribile, ma soffocato dal corpo del bambino. Mi voltai giusto in tempo per vederlo staccare con un ultimo morso la sua testa e lanciarlo verso di me, per poi di nuovo buttarsi addosso come una scimmia disperata. Riuscì a evitare completamente il corpo morto, ma non mio padre, che riuscì a graffiarmi la schiena facendomi cadere vicino a una pila di libri accanto alla culla. Il dolore era lancinante, aveva penetrato fino in profondità lasciando lembi di pelle ancora attaccati ma cadenti dalla schiena. Intanto lui era andato addosso a dei pupazzi, sbrandellandoli furiosamente come fossero esseri viventi. Mi rialzai affaticato, stremato dal mal di testa provocato dal battere del cuore e dalla ferita che perdeva sangue a fiotti.

 “Avvicinati. Veni da me.”

Perché quella culla mi era così familiare? Era azzurrina, addobbata con dei merletti bianchi,e continuava ad andare avanti su e giù, su e giù. Su. Giù.

C’era qualcuno che la sta muovendo. Quella grande bambola affianco non era affatto una bambola. Stava cantando qualcosa a voce bassa. Era… una filastrocca. Una filastrocca che conoscevo molto bene. Come avevo fatto a dimenticarla?

“Corri corri, bimbo mio,

scappa scappa dall’uomo nero,

entra dentro, nella grotta

quanto è buio fuori, vero?

Ma la grotta ti protegge

Ti protegge da quel male

Tu non piangere, sereno

C’è la mamma ad aspettare

E se l’uomo bussa forte

Tu ricorda, non aprire

E se l’uomo vien di notte

Zitto, muto, non uscire”

Immagini assopite iniziarono a comparire nella testa. Delle urla forti, delle urla violente e malsane, piene di odio e rabbia ingiustificata. Due occhi furiosi dietro agli occhiali , iracondi, odore di alcol e di rabbia , una mano che mi stringe e mi porta via, oltre una porta, in fondo alle scale, e aspetto, minuti, ore, giorni, tengo una mano, piccola e minuta, poi una seconda, più affettuosa, poi una terza, violenta, mortale, sangue, un pianto fortissimo, c’è una lama che taglia, smembra, un piccolo corpo abbandonato davanti a me. La colpa è tua solo tua, la colpa è mia, qual è il suo nome, sei stato tu, dimentica, dolore, paura, dimentica, ti prego dimentica.

Non era un corvo.

“La cantina Howard. Era nostra la cantina. Te la ricordi?”

Era un gabbiano.

David?

Un coltello e una chiave.

Qualcosa si sbloccò. Un lucchetto era stato appena aperto, un lucchetto che pesava dentro la memoria in modo pressante e che era stato sempre lì, sulla punta della lingua. Si aprì velocemente senza darmi il tempo di capire cosa contenesse, e tutto insieme mi si rivolse inondandomi di pensieri. Ma non ebbi il tempo di metabolizzare  tutto che vidi quell’ uomo magrolino venirmi incontro a quattro zampe correndo rabbiosamente. Era a pochi metri da me quando la bambola si alzò da terra e si mise in mezzo, venendo travolta da quel poco di umano che ormai era mio padre.

«Mamma!» urlai.

L’uomo la morse sul collo in modo avventato, avido, e iniziò a masticare velocemente la carne sotto i suoi denti, trasformandola in disgustosa poltiglia rossa nella sua bocca. Mia madre si distese per terra mi guardò un’ultima volta con uno sguardo rassegnato, infelice, ma avvertii del calore nei suoi occhi, del calore dedito solo al fatto che ero suo figlio, che era lì per me.

«Mamma… io non volevo… mi dispiace… mi dispiace….»

Mi sussurrò qualcosa, “amore” ma non credo avesse un significato particolare nei miei confronti, o almeno non sembrava che lo avesse in quella occasione. Ci sono gesti in fin di vita che facciamo solo per noi stessi, che tentano di dare un’ultima immagine positiva alla nostra esistenza, parole che vorremmo fossero incise sulla nostra lapide come ultimo testamento del fatto che, forse, non siamo stati così orribili in questa vita.

Ma quel suo gesto mi diede il tempo. Il tempo per capire. Il tempo per ricordare. Mi volsi verso la culla. Lì c’era un bambino, piccolo, avrà avuto massimo sei mesi. Era lo stesso bambino che mio padre aveva in bocca, ma aveva un volto sta volta, un volto che io gli davo e riconoscevo. Piansi. Piansi per tanto tempo, per tutto quello che non avevo pianto in questi anni.

“Hai paura?”

Per mio figlio.

Avevo un coltello in mano

«Non posso David. Non ci riesco.»

Il battito diventa più forte, più trapanante.

“Devi abbandonarmi Howard. Finire di colpevolizzarti. Lasciare questo ricordo e smetterla di avere paura.”

Era il suo volto.

«La paura è tutto ciò che ho di te. Abbandonarla significherebbe perdere per sempre l’ultimo barlume del tuo ricordo. Io mi lego alla paura perché essa non mi fa scordare che tu…»

“Non puoi essere dipendente dalla paura Howard…”

«Ma io lo sono!» gridai disperato «Lo sono, e per me… per me va bene. Perché l’unica cosa che ci unisce. L’unico disperato sentimento a cui posso legarmi, quando non posso nemmeno più soffrire. L’unica cosa che mi tiene umano.»

Il bambino toccò i tagli sulle mie braccia con tenerezza.

“La paura è ciò che ti costringe a rimanere chiuso in una buia cantina pensando che fuori ci sia solo l’abisso. E quell’abisso piano piano ti divora da dentro, affamato delle tue emozioni, facendoti credere che non puoi scappare. Ma non è così. Il male esiste, ma esiste anche l’accettarlo. Bisogna accoglierlo per capirlo. Per uscire dalla cantina. Per riconoscersi. Per comprenderci.”

Toccò la punta della lama.

«David… io… ho paura.»

“E va bene così. Va bene così.”

Fu un gesto rapido, quasi involontario. Il coltello lo trapassò facilmente dall’ombelico alla schiena senza nemmeno opporre resistenza. Il bambino esalò un innocente respiro, per poi sorridermi.

Adesso riuscivo a piangere. Riuscivo a vedere dentro la cantina, a oltrepassarla. Gridai sui corpi dei miei genitori senza vita dentro a un mare di sangue, bagnando con le mie lacrime il loro volto. Capivo la loro scomparsa, la mia paura, la sua paura.

I due corvi gracchiano fuori.

Un gabbiano vola alto in cielo

Il battito nel cervello si ferma.

Non ho più paura.

“Amore”


Davide Procopio

 
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GLI EXTRA DEL GIOVEDI'

COCCODRILLI AL POLO NORD E GHIACCI ALL’EQUATORE di Antonello Provenzale 2021 Rizzoli
IN USCITA IL 22 giugno

Segnaliamo, in uscita il prossimo 22 giugno, un testo di Provenzale, direttore dell’Istituto di geoscienze e georisorse del CNR di Pisa.
In questa interessante storia del clima della Terra dalle origini ai nostri giorni, quasi in risposta alle innumerevoli fake news e visioni apocalittiche che circolano con sempre maggior frequenza, Antonello Provenzale ci spiega come si comporti la macchina del clima planetario: un sistema complesso e dinamico in cui gli organismi viventi giocano un ruolo cruciale. Si parte dagli eventi catastrofici che hanno segnato la storia della Terra nell’arco di milioni di anni, tra mari di magma, glaciazioni, estinzioni di massa, e quelle ere inusuali in cui anche al Polo Nord abitavano i coccodrilli oppure altre in cui l’Equatore era ricoperto di ghiaccio.
Sugli effetti dei cambiamenti in corso, la conclusione di Provenzale è esplicita: «Non stiamo mettendo a repentaglio la “sopravvivenza del pianeta”, che è stato in grado di resistere a cambiamenti ben più epocali, ma possiamo infliggere danni pesanti alla nostra stessa specie, alla nostra società e al giusto desiderio di un’equa distribuzione delle risorse. Il pianeta è sempre sopravvissuto, ma molte specie sono state spazzate via dal teatro della vita. E non vorremmo che la nostra facesse troppo presto la stessa fine».
Quale sapore, quale odore rimane, a lettura ultimata? Quello del mare abitato dai pinguini, forse, come noi, destinati a una futura estinzione.

 
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RIFLESSIONE

PER QUESTA GIORNATA- VENERDI' SANTO

Proponiamo qualche riflessione su Giuda.

L’anno scorso avevamo parlato dell’omonimo romanzo di Amos Oz, che ne dava un’interpretazione personale, ora osserviamo il particolare del suo viso, all’interno dell’”Ultima cena” di Rubens, quadro realizzato nel 1632.

La sua sembra quasi una posizione isolata rispetto al resto degli Apostoli, ma a colpire è soprattutto l’espressione del suo volto: cosa nasconde? Cosa ci rivela?

Paura? Incertezza? Un dubbio estremo?

Sembra quasi si rivolga a noi e ci guardi dalla distanza ti tutti questi secoli, per dirci qualcosa.

Per esprimerci i suoi dubbi.

Per mostrarci che le sue paure potrebbero essere, forse, le nostre paure; il suo tradimento il nostro tradimento.

“Povero Giuda”, diceva don Primo Mazzolari, riservandogli lo sguardo pietoso con cui si guarda chi è alle soglie della disperazione, di una scelta estrema.

“Povero Giuda”, possiamo dire anche noi oggi, povero come ogni uomo che non riesce più a controllare i propri impulsi, le proprie paure, i propri egoismi.

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

DANTE, PURGATORIO, V, 130-136

Nel VII centenario della morte di Dante, ci piace proporre ancora qualche terzina tratta dalla sua opera principale. Precedentemente avevamo commentato insieme a voi i famosi versi del V canto dell’Inferno- Amor, ch’a nullo amato amar perdona-- che descrivevano l’amore tra Paola e Francesca e si concludevano con la maledizione rivolta a colui che li aveva uccisi, Gianciotto marito di lei nonché fratello di lui: - Caina attende chi a vita ci spense-
Ora invece parliamo della Pia Senese, ovvero di Pia de’ Tolomei, uccisa dal marito, forse per essere libero di sposare un’altra donna.

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
 e riposato de la lunga via», 
seguitò ’l terzo spirito al secondo, 

«ricorditi di me, che son la Pia;
 Siena mi fé, disfecemi Maremma: 
 salsi colui che ’nnanellata pria 

disposando m’avea con la sua gemma».

L’atteggiamento di questa donna è di blanda nostalgia, di vago ricordo della vita terrena e del matrimonio (inanellata con la sua gemma disposandomi).
La sua vita terrena è tutta compresa nell’incrocio di vita e morte (Siena mi fé: sono nata a Siena; disfecemi Maremma: sono morta in Maremma), chiede solo di essere ricordata, ma come le altre anime del Purgatorio non maledice né invoca vendetta. 
Ed ora a voi, cari lettori: vi piacciono questi versi? Cosa ne pensate?

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

UNGARETTI, Commiato- Locvizza il 2 ottobre 1916, Il  Porto Sepolto

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l'umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento


Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso


Ci piace ricordare l’incontro tra Ungaretti ed Ettore Serra, giovane tenente: a lui affidò tutti i foglietti, cartoline in franchigia, spazi bianchi di lettere ricevute …  su cui aveva scritto le sue poderose e folgoranti intuizioni poetiche.

In questo breve componimento, posto in chiusura de “Il porto sepolto”, il poeta ci viene mostrato alla ricerca della parola che possa sondare l’abisso misterioso nascosto all’interno di ciascuno di noi.

Ed ora a VOI.

Cosa è per voi “poesia” e quale, secondo voi, è la sua “funzione”?

 
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LA GIORNATA DELLA POESIA

RICEVIAMO DALLA NOSTRA AMICA CLAUDIA


Giornata internazionale della Poesia.                21 Marzo 2021


"Sono nata il ventuno a primavera 

ma non sapevo che nascere folle

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta." 


Poche righe di Alda Merini, nata a Milano il 21 marzo 1931, bastano per dare il senso di cosa possa essere la poesia. 

E per far venir voglia di procedere con altre righe, nuove poesie, sue, non sue, tue, mie, di chi ha cercato, incontrato, vissuto poesie. 


E a un’altra donna non posso negare ancora la voce. 1800.

"L'erba ha così poche occupazioni

un mondo di semplice verde

con solo farfalle su cui meditare

e api da ospitare" 

Emily Dickinson


Due pennellate per immergerci nella natura piena e sazia di sé. 


E da ultimo Catullo. Un salto indietro di 2000 anni. 

“Odi et amo “, tradotto in dialetto napoletano da Stefano Benni, mi è sembrato rendesse più di tutte le versioni in italiano.

“Odio e amo:

fusse che chiedi:

perché lo faccio?

Nunn’o saccio

ma lo faccio

e mme sient’nu straccio.”


Epoche completamente diverse da cui rimbalzano le poetiche, domande a cui non sappiamo rispondere, sentimenti e contemplazioni, stupori e slanci nel cuore e nell’animo umano.

Quali sono le voci dei poeti che parlano a voi, la vostra poesia preferita, la prima che avete imparato a memoria?

O la poesia non fa parte dei sogni e delle passeggiate che fate? Preferite ammirare un quadro ed entrare lì a passare qualche ora o giorno? O è la musica la vostra poesia?

 
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GLI EXTRA DEL GIOVEDI'

CONSIDERAZIONI di Danilo Mauro Castiglione, 2019 Algra Editore

Attraverso una personalissima rielaborazione di testi che spaziano attraverso le più varie tradizioni, filosofiche, epiche, letterarie, religiose, Castiglione ci propone interessanti riflessioni sul nostro passaggio sulla terra, attraverso il tempo, il nostro desiderare altro, fino al ritorno a quella eternità cui apparteniamo.
Il nostro non è un viaggio “in solitaria” ma in compagnia: senza la dialettica tra me e l’altro, che appare talvolta la negazione di noi stessi, non esiste un fare per essere completi nella nostra autenticità.
Molti i temi, che rappresentano il cuore del libro stesso, su cui Castiglione riflette: il tempo, di cui perdiamo il senso in una corsa verso un fare che troppo sempre appare un nulla; il deserto, che non è tanto uno spazio fisico geografico quanto il modo di esistere delle nostre moderne insensibilità; la mancanza di amore che porta a isolarci in un ego che non ci appaga.
La realtà nella quale siamo immersi, suggerisce Castiglione, può acquistare senso solo guardata attraverso uno sguardo completamente nuovo per giungere alla sua piena comprensione che va verso l’Oltre.
Quale il sapore di queste considerazioni? Quello del melograno: gli innumerevoli chicchi, tenuti insieme dal tegumento rosso, sono il simbolo di quell’unità perduta che l’uomo aspira a ricostituire.

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

LA TRAFILA DELLA FARFALLA DI OMAR GELLERA

Vogliamo festeggiare l’arrivo imminente della primavera con questa bella poesia di Omar Gellera, in cui la rinascita della natura diviene simbolo della rinascita di ogni essere umano: la farfalla è il sogno cui aspirano le nostre potenzialità inespresse; il mare, con le sue onde, è il liquido dal quale nasciamo e in cui ci sentiamo trasformare a nuova vita.

Lasciamo però la parola ai lettori, per proporre la propria personale interpretazione

LA TRAFILA DELLA FARFALLA


Sono le gocce di pianto e sudore

a costellare il nostro fiume,

a dar forma alle nostre onde. Nuotiamo, sbracciamo, affondiamo

fin dai giorni della placenta,

fino all’ultima boccata d’aria.

E quando il flusso inonda la gola

e una zattera ha il gusto del miraggio

ci perdiamo nel caos della corrente, siamo acqua che si perde nell’acqua. Ma alzando la testa, lassù,

dove il cielo si sfoglia leggero,

dove le ali calano l’armatura,

lo sforzo abbraccia l’auspicio del bruco.

È nel culmine della trasformazione,

nell’esplosione della latenza

che riponiamo tutti i nostri sogni:

nella trafila di una farfalla.

 
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GLI EXTRA DEL GIOVEDI'

L’UOMO A PEDALI di Roberto Bonfanti, 2021 Edizioni del Faro

A trent’anni, Sergio è costretto a fare un bilancio della sua esistenza, crudo e veritiero.
Una la sua grande passione perduta: correre in bicicletta.  Questo suo amore, che ha dato senso alla sua vita fino al grande incidente che ha messo fuori uso il suo ginocchio, diviene metafora di tutte le passioni cullate, coltivate e poi perdute.
La morte del nonno amato era stata da lui celebrata affrontando in suo onore i trentasei tornanti che conducono al Tonale, ma non ci sono prove che possano fargli elaborare il lutto per la perdita di sé come uomo.
Così, perso in lavori ripetitivi e inappaganti, in amori consumati voracemente e velocemente abbandonati, in serate e notti bagnate da vino, birra, grappa e alcol, si trascina fino all’ingresso nell’anno che dovrebbe segnare il suo trentesimo compleanno.
Sulla sua bicicletta affronterà, con la gamba sempre più dolorante, la salita che dovrà dare un senso al suo dolore. Allo scoccare della mezzanotte, sospeso sul parapetto che dà su di una linea d’arrivo che è il fiume reso nero dalla notte, ripensa alle parole di Kundera:
“Le vertigini non sono dovute alla paura di cadere ma all’attrazione fatale verso il vuoto:
al desiderio profondamente inconscio di lasciarsi precipitare a dispetto di ogni razionalità e ogni istinto di sopravvivenza.”
Il sapore che ci rimane è quello dell’ultima lattina di birra bevuta e lasciata accartocciata per terra.

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

GIUSEPPE UNGARETTI da Sentimento del tempo-
CANTO QUINTO
(1932)

Nasce una notte


piena di finte buche,
di suoni morti
come di sugheri
di reti calate nell'acqua.

Le tue mani si fanno come un soffio
d'inviolabili lontananze,
inafferrabili come le idee.

E l'equivoco della luna
e il dondolio, dolcissimi,
se vuoi posarmele sugli occhi,
toccano l'anima.

Sei la donna che passa
come una foglia.

E lasci agli alberi un fuoco d'autunno.

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

GIOVANNI PASCOLI, Canti di Castelvecchio (Bologna, Zanichelli 1903).

GIOVANNI PASCOLI, Canti di Castelvecchio (Bologna, Zanichelli 1903).

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

INVERNO  di Fabrizio de Andrè

Proponiamo oggi il testo di una poesia/canzone di De Andrè, che avrebbe festeggiato il suo 81° compleanno il 18 febbraio.

L’occasione che ci ha ispirato è proprio il perdurare di questa nostra stagione invernale, ancora tristemente vissuta con le nostre paure, che non ci aiutano a immaginare un ritorno alla normalità.


Nonostante le immagini avvolte da una profonda malinconia affiora, in questo bellissimo testo, la speranza del ritorno alle gioie passate, all’amore, alla stagione del biancospino, al vento caldo di un’estate che ci sembra ancora lontana.


Sale la nebbia sui prati bianchi
Come un cipresso nei camposanti
Un campanile che non sembra vero
Segna il confine fra la terra e il cielo

Ma tu che vai ma tu rimani
Vedrai la neve se ne andrà domani
Rifioriranno le gioie passate
Col vento caldo di un'altra estate

Anche la luce sembra morire
Nell'ombra incerta di un divenire
Dove anche l'alba diventa sera
E i volti sembrano teschi di cera

Ma tu che vai ma tu rimani
Anche la neve morirà domani
L'amore ancora ci passerà vicino
Nella stagione del biancospino

La terra stanca sotto la neve
Dorme il silenzio di un sonno greve
L'inverno raccoglie la sua fatica
Di mille secoli da un'alba antica

Ma tu che stai perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
Cadrà altra neve a consolare i campi
Cadrà altra neve sui camposanti

 
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GLI EXTRA DEL GIOVEDI'

AL DI LA’ DEL MARE  di Paola Ruzzini, Amico Libro edizioni


“Al di là del mare” è un romanzo interessante, di formazione e introspezione: Sofia, la protagonista, narratrice in prima persona, si offre al lettore quasi senza veli.

Molte sono le pagine di analisi e auto analisi, di riflessioni, sul senso di sé, della vita, del viaggiare, della malattia, della vittoria sulle proprie paure e sulla morte.

Molti sono i ritratti non solo di una generazione, quella dell’Erasmus, ma anche di quelle che l’hanno preceduta, amata, formata… magari senza capirla e accettarla fino in fondo.

Il mare, presenza femminile materna per eccellenza, unisce le due terre in cui Sofia è nata ed è rinata: la Sardegna e la Spagna.

La vittoria della protagonista sulle sue paure e sulla malattia sarà la sua personale vittoria sui pregiudizi e sulle resistenze che da sempre l’hanno resa estranea a sé stessa: la figura che scorgerà tra le onde non sarà altro che uno specchio in cui ritrovarsi, per ricostruirsi e rinascere.

Molti sono i sapori che fuoriescono da ogni pagina, in un melting pot accogliente e arruffato.

Tra tutti, scegliamo una tapa consumata in una spiaggia in riva a quel mare … nel quale Sofia ritrova sé stessa.

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

DANTE, INFERNO, V, 100-105

Nel VII centenario della morte di Dante, ci piace proporre due delle sue terzine più famose, lasciando ai lettori il gusto del commento.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende

Prese costui de la bella persona

Che mi fu tolta; e il modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

Mi prese del costui piacer sì forte

Che, come vedi, ancor non m’abbandona.



Noi ricordiamo solo che si tratta del canto in cui si parla dell’amore tra Paolo e Francesca, amore inteso secondo i canoni dello Stilnovo: solo animi capaci di sentimenti nobili possono provarlo e chi ama veramente non può non essere corrisposto.

Proponiamo un’immagine poco “ortodossa”: la panna, dolce come l’amore, e le fragole, rosse come la passione, che richiama anche il sangue dei due amanti, uccisi dal marito tradito.


Ed ora la parola a voi: cosa pensate della concezione amorosa proposta da Dante? E cosa dell’immagine da noi scelta?

 
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GLI EXTRA DEL GIOVEDI'

LA BUONA SCUOLA di Elda Biagi 2020 Gruppo Albatros Il Filo

C’è tutta la scuola, buona e meno buona, degli ultimi quarant’anni, in questo bel libro di Elda Biagi.
Appassionante e coinvolgente, la narrazione si svolge su tre piani temporali, scanditi da diversi caratteri grafici.
Il presente è la storia di Nilde, insegnante di Lettere in un Liceo ai margini di Milano, alle prese con i problemi legati alla sua quotidianità di docente: scadenze burocratiche, impegni pressanti, rapporti non sempre facili con la Dirigenza, studenti spesso demotivati … compensati dall’amore per un “mestiere” appassionante, che non ha mai smesso di amare.
Il passato prossimo ci riporta al tempo, guardato con nostalgia, in cui Nilde era professoressa di sostegno in una scuola media, dove cercava di includere e sorreggere ragazzi fragili nei quali vedeva brillare il desiderio di sapere, di fare.
Il passato remoto è il tempo di Nilde, il tempo in cui lei stessa frequentava scuole che allora erano “non inclusive”. Erano gli anni in cui era costretta a seguire le lezioni in   istituti speciali o classi differenziali, animata dalla passione e dal desiderio di apprendere, sapere, conoscere e diventare, a sua volta, docente.
Così, di periodo in periodo, di episodio in episodio, di vicenda in vicenda, siamo condotti per mano dentro la nostra storia e i nostri sogni e desideri lunghi …quarant’anni: la contestazione, don Milani, le Comunità di base, i fermenti giovanili, il desiderio di protagonismo, l’amore per una cultura che sappia riscattare e dare dignità.
E ancora: i dibattiti sull’inclusione, sulla chiusura delle sezioni speciali, sul diritto allo studio, su una scuola che sappia dare senso e dignità; il sogno di un’istruzione al passo con i tempi, che sappia essere a “misura d’uomo” e la delusione a fronte di istituzioni sempre più “burocratizzate”, ridotte a “diplomifici”.
Infine, a fungere da collante, pagine bellissime in cui Nilde, riportando stralci di lezioni e spiegazioni realmente svolte nelle sue classi, riflette sul senso della vita, sulla storia, sulla dignità degli uomini, sulla ricerca di Dio … attraverso passi tratti da Leopardi, Verga, Sciascia, Dante, Seneca, Lucrezio, Orazio…. Insomma, una lettura mai banale né scontata che apre al confronto e al dibattito.
Che sapore rimane a lettura ultimata? Sicuramente quello dei molti pranzi cui Nilde ha dovuto rinunciare, per poter affrontare gli impegni scolastici pomeridiani senza … “fastidi” di alcun genere.

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

 NEVICATA, 1877 Odi Barbare, Carducci

Lenta fiocca la neve pe ’l cielo cinerëo: gridi,
suoni di vita più non salgono da la città,
non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non d’amore la canzon ilare e di gioventù.

Da la torre di piazza roche per l’aëre le ore
gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dì.
Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.
In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore –
giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.


Anche in questa poesia abbiamo un paesaggio invernale, che diviene rappresentazione dello stato d’animo del poeta.

Carducci si trova a Bologna, in un momento difficile - a seguito della perdita di una persona cara - e ascolta il suono delle campane che, dalla piazza San Petronio, arriva a lui attutito.

Per meglio capire e interpretare la lirica osserviamo:

presenza di enjambements (vv.5-6; 7-8);

utilizzo di un metro classico, il distico elegiaco, reso attraverso un calibrato uso dell’accentazione delle parole;

chiasmo (v.3) e anafore (3-4);

similitudine (v.5-5) e ipallage (v.3).


INVITIAMO a riflettere sull’immagine degli uccelli raminghi, che sembrano richiamare l’attenzione del poeta, E A PROPORRE UNA PROPRIA INTERPRETAZIONE.

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

ORFANO di Giovanni Pascoli, 1903  Myricae

Lenta la neve, fiocca, fiocca, fiocca,
senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca,
canta una vecchia, il mento sulla mano,

La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c'è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s'addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

Continuiamo con le poesie che prendono spunto dalla neve, per proporre questa lirica di Giovanni Pascoli.

Prima di lasciare la parola ai lettori, per esprimere sensazioni e sentimenti propri, suscitati dalla lettura, offriamo qualche spunto di analisi.


Come spesso avviene in Pascoli, si parte da un quadretto di vita in cui, sin da subito, viene posta una contraddizione o proposta una contrapposizione. In questo caso è tra il dentro, caldo, e il fuori, freddo.

Il linguaggio, lo stile e il ritmo solo all’apparenza possono sembrare colloquiali e dimessi: molte le figure retoriche (chiasmo, anafora, parole onomatopeiche, spezzatura del verso), i termini tecnici (zana) e personale l’utilizzo della punteggiatura.

A cosa mirano questi “artifici”? Cosa vuole esprimere Pascoli? Cosa sentiamo risuonare dentro di noi?

A VOI LA PAROLA.

 
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GLI EXTRA DEL GIOVEDI'

BAR  HEMINGWAY- Citazioni e proverbi a media e alta gradazione alcolica - di Giovanni Casalegno, 2020  Il Leone Verde

Questa simpatica e originale antologia ben si addice allo stile de “Il sapore di un libro”. Seguendo il gusto di un buon vino, possiamo ritrovare l’ebbrezza sapienziale dei persiani antichi e quella orgiastica dei dionisiaci, la saggezza dei greci e la morigeratezza dei latini, le apoteosi etiliche medievali e rinascimentali: dai Carmina Burana alla dismisura di Rabelais. Un filo, soprattutto rosso, attraversa tutte le culture mediterranee: dall’Epopea di Gilgameš alla Bibbia, dall’Odissea ai canti dionisiaci, dai lirici greci a Marziale, Ovidio e, soprattutto Orazio, dai canti goliardici medievali alla poesia araba e persiana con Abû Nuwâs, Khayyâm e Hâfez.


Secondo un ordine cronologico e una suddivisione per tematiche, possiamo godere di 300 citazioni.

Eccone un assaggio scelto da noi de “il sapore di un libro”: l’acqua divide gli uomini; il vino li unisce. (Bovio, Scritti vari, 154); bevi e sii felice: cosa sarà domani, / cosa sarà il futuro, non si sa. / Non correre, non ti stancare, godi / per quanto t’è possibile, non essere egoista, / mangia, e poi non ti dimenticare / che sei un uomo: tra vivere e non vivere / non c’è proprio nessuna differenza. / Tutte le vite sono fatte così: sono soltanto / un equilibrio instabile. Quello che prendi / anticipando gli altri, è tutto tuo; / ma, quando muori, / tutto passa a un altro, e tu non hai più nulla. (Anonimo, in Vino e poesia, 143); Il vino è il più certo e (senza paragone) il più efficace consolatore. (Leopardi, Zibaldone, 324).


Non mancano nemmeno i proverbi. Eccone alcuni scelti tra i 171 proposti:

Buona ubriacatura tre giorni dura.

Chi non beve in compagnia o fa il ladro o fa la spia

Consigli di vino non finiscono mai.

Il primo bicchiere accarezza, il secondo bacia, il terzo abbraccia.

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

Quasimodo - Traduzione dei lirici greci 1940
inverno – Anacreonte

Ecco, il mese di Posidone

comincia; e gonfiano d’acqua

le nubi e cupamente

le impetuose bufere rombano


L’inverno del poeta greco Anacreonte diviene, in Quasimodo, espressione degli stati d’animo umani e rivelazione di una comune condizione esistenziale.

Il linguaggio rarefatto, analogico, talvolta onomatopeico, la spezzatura del verso concorrono a creare suggestioni che ciascuno di noi può cogliere secondo la propria sensibilità.

A voi l’invito a proporre la propria interpretazione.


Per capire appieno la poetica di Quasimodo, riportiamo, in traduzione, i versi dell’originario frammento 17 di Anacreonte:

“Vedete, è arrivato il mese di Poseideon, le nuvole (…) acqua e le tempeste selvagge.”

 
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CONSIGLI DI LETTURA PER LA FESTIVITA DEL GIORNO 8 DICEMBRE

LEI di Mariapia Veladiano, 2017 Guanda

È una storia umanissima, quella che Mariapia Veladiano ha voluto comporre intorno alla figura di Maria.
Giovane fanciulla di Nazareth, impara un po’ alla volta a essere madre di Gesù, così come tutte le mamme del mondo imparano a essere madri dei loro figli: “Senza il bambino non c’è la madre. È il figlio che fa la madre. Senza il bambino non c’è la madre. Questo bambino arriva e dice io ci sono e tu sei madre, perché io ci sono. Ci sono, ci sono. E la paura si scioglie e non si sa chi ha dato la vita a chi.”
È proprio da lei, dalla sua quotidianità, dal suo accudire gli altri, dal suo prendersi cura di chi ha
bisogno, che Gesù, a sua volta, apprende.
Così tutte le parabole narrate nei Vangeli sono già presenti nella quotidianità illuminata dalla
madre: la pecora che si perde, il lievito nella pasta, la moneta smarrita e ritrovata dopo aver
setacciato la casa intera e, soprattutto, il gesto usuale a quei tempi del condividere il pane con chi ne aveva bisogno. Così, nel pane spezzato, vediamo Maria che offre pane e acqua al viandante che passa e che ha diritto a trovare sostegno.
Ed è proprio il sapore del pane quello che meglio descrive questa quotidianità vissuta e condivisa, narrata da Mariapia Veladiano con toni e ritmo poetici.

 
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CONSIGLI DI LETTURA

LA LEGIONE VENUTA DAL MARE di Ivan La Cioppa, Booksprintedizioni 2019


Riceviamo e volentieri segnaliamo il testo che ricostruisce nei dettagli e con molta vivacità la vita di un legionario  della Legio I Adiutrix, formazione di marina con compiti e organizzazione alquanto peculiare rispetto alle altre.

Appassionato di storia romana fin da piccolo, l’autore ha iniziato a studiare archeologia sperimentale e a capire realmente come agivano e si equipaggiavano i legionari.

 “Fu proprio partendo da queste nozioni che ebbi l’ispirazione di scrivere un racconto che narrava le gesta di un gruppo di soldati arruolati in questa particolare legione.”

Lo segnaliamo come adatto ad interessarli giovani lettori a uno studio della storia appassionato e pieno di soddisfazioni.

Che sapore evoca? Farro e cipolle, alimenti base del soldato romano!

 
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LA POESIA DEL MARTEDI'

 IL GELSOMINO NOTTURNO dai Canti di Castelvecchio  di Giovanni Pascoli

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.

Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento…

È l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

Il sapore profumato che immediatamente colpisce il lettore è quello delle fragole rosse: Pascoli, unendo una sensazione visiva (rosse) con una olfattiva (odore), scopre nuovi campi attraverso i quali indagare la realtà.

Cosa ci dice il rosso di queste fragole profumate? Sicuramente ci rimanda alla passione amorosa, “spiata” in lontananza dal poeta, quasi con una punta di senso del peccato.

Amore e morte sono inestricabilmente unite in questa poesia, che si apre con un’immagine mortuaria (nell’ora che penso ai miei cari), prosegue con un’altra di analogo senso (nasce l’erba sopra le fosse) e si conclude con un’altra altrettanto funerea come vedremo più avanti.

Tra questi due estremi, scorrono i versi in onore del matrimonio dell’amico Gabriele Briganti, versi che tratteggiano in maniera quasi “voyeuristica” i vari passaggi della sua prima notte di nozze, al termine della quale verrà probabilmente concepito il figlio Dante, come suggerisce la frase “si cova, dentro l'urna molle e segreta”. Anche l’urna, metafora che indica l’utero femminile, è un chiaro riferimento alla morte.

Pascoli, di fronte alle gioie amorose dei due novelli sposi, si sente come “l’ape tardiva che trova già chiuse le celle”: sembra che a lui si preclusa la possibilità di vivere una sana relazione amorosa coniugale. Per capire meglio questo aspetto, bisognerebbe indagare all’interno del complicato rapporto tra Pascoli e le due sorelle, Ida e Mariù: un’attrazione che andava forse oltre il normale affetto tra fratelli, che non poteva portare con sé altro che morte e distruzione.

 
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LE PAROLE DEL CIBO

Festivaletteratura 2020 - Mantova 10-11 settembre ore 19.25 radio festival – conduce Amalia Sacco

Nella prima puntata, Tommaso Melilli, autore de “I conti con l’oste” ci parla di territorio e tradizioni culinarie, tra cibi fatti come una volta e sguardi rivolti al futuro.
Nato come cuoco e ceduto alla letteratura, Melilli vuole smontare gli inganni e le false aspettative legate alle tre parole chiave riferite al cibo e alla cucina: tradizione, innovazione e territorio.
Con ironia e leggerezza racconta aneddoti e differenze tra le diverse cucine nazionali e internazionali, invitando infine gli ascoltatori a seguire la sua pagina Instagram “La posta del cuoco”.
Nella seconda puntata, Lorenzo Mori ideatore di guide dedicate al “non turismo”, ovvero un nuovo modo di viaggiare visitando luoghi considerati marginali, ci spiega le molteplici interazioni possibili tra coloro che abitano un luogo e il viaggiatore, purché disposto a scoprirlo con pazienza: solo in questo modo sarà possibile salvaguardare tradizioni culinarie tramandate a voce.
Esempio di questo nuovo modo di intendere turismo e tradizione, è il Cookbook di Sant’Elia.

 
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CONSIGLI DI LETTURA PER FESTEGGIARE LE DONNE

Traguardi raggiunti

ARIOSTO, Orlando Furioso XXVIII- Canto femminista ante litteram

 Storia di amori e tradimenti, la cui morale è riassumibile in queste parole: “Bisognerebbe fare una legge per cui ogni donna colta in adulterio sia messa a morte solo se non si può dimostrare che almeno una volta anche il marito non l’ha tradita.“

ČERNYŠEVSKIJ, Che fare?

Contiene una concezione radicalmente innovativa per il suo tempo (fine ‘800) riassumibile nelle parole di Vera Pavlova: “A nessuno voglio mai soggiacere, voglio essere libera, non voglio esser obbligata a chicchessia per non sentirmi dire: tu hai il dovere di far per me questo e quest’altro! Voglio, essere libera io stessa!”

GOETHE, Le affinità elettive-

Le protagoniste sono due donne, in un romanzo che scruta negli aspetti più intimi dell’animo umano e in cui si indagano i moventi dell’attrazione.

JANE AUSTEN, Orgoglio e pregiudizio

Classico dell’indagine sui sentimenti femminili, in cui la protagonista si mostra ironica, irriverente e innovativa rispetto ai canoni del tempo.

LEV TOLSTOJ, Anna Karenina

La tragica vicenda di Anna è occasione per riflettere su temi importanti per l’orizzonte femminile: l’amore, la passione, la fedeltà matrimoniale, la famiglia e l’ipocrisia celata in molti rapporti.

SIBILLA ALERAMO, Una donna

Pubblicato nel 1906, dopo essere stato rifiutato dalle principali case editrice, è il primo romanzo femminista in Italia, in cui l’autrice racconta la sua presa di consapevolezza che dolorosamente la conduce a lasciare il marito e, data la legislazione, anche il figlio.

TONI MORRISON, Amatissima

Sethe e la figlia Denver cercano di ricostruire la loro vita dopo essere fuggite dalla schiavitù.

KHALED HOSSEINI, Mille splendidi soli

Storia di due donne durante i vari conflitti della storia afghana più recente, dedicato a tutte le donne del paese.

MARCELA SERRANO, L’albergo delle donne tristi

Per tutte quelle che hanno bisogno di rigenerarsi e ritrovare sé stesse. Protagoniste sono donne offese da un amore o dalla vita, ospiti in questa struttura all’interno della quale è possibili affrontare i propri nodi irrisolti e fare i conti con le proprie disillusioni.

RITA LEVI MONTALCINI, Eva era africana

Dedicato alle bambine di tutto il mondo, il saggio parte dal ritrovamento di Lucy vissuta in Africa 3,2 milioni di anni fa e si sofferma sulla condizione della donna in Africa e sulle potenzialità che l’universo femminile non ha ancora dispiegato

CHIMAMANDA NGOZI ADICHIE, Dovremmo essere tutti femministi

Un interessante discorso, ripreso nella canzone Flawless di Beyoncé, rivoluziona il concetto di femminismo: non è più necessario che a governare siano le persone fisicamente più forti, ma quelle più creative, più intelligenti, più innovative.