IL CICLOPE DI PAOLO RUMIZ, FELTRINELLI 2015

Centoquarantanove pagine di descrizione: eppure si bevono volentieri, assetati come siamo di una prosa perfetta, rigorosa eppure impastata di immagini. “Ho tentato di avvicinarli (gli uccelli) prima del tramonto, ma dalla macchia pettinata dal vento sono emersi centinaia di piumati periscopi in allarme.” Frasi come questa sono meglio di un sorso di acqua fresca.
Su un’isola innominata, sotto un gigantesco faro, il ciclope appunto, Rumiz trascorre ventun giorni ad osservare il mare, sentire il vento, anzi i venti, ad ammirare  il volo dei gabbiani e lo spettacolo della natura a volte serena a volte infuriata ma soprattutto a far scorrere i pensieri, apprezzando “il magnifico silenzio della Rete, di cui ho goduto in queste settimane senza Internet”.
E’ il vento a dettare i suoi pensieri, sostiene, che vagano dalle osservazioni della magnificenza che lo circonda a ricordi di altre avventure e di personaggi mitici, dalla rivisitazioni di leggende e miti a piccole notazioni culinarie, fra cui “Se tu fossi un uomo e non un eremita, inviteresti la tua donna e la aspetteresti sulla spiaggia con in una mano un vassoio di ricci appena aperti e nell’altra una bottiglia di ouzo gelato, poi le diresti benvenuta a bordo” come gli dice un vecchio amico vedendolo partire da solo.

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