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IL PANE PERDUTO DI EDITH BRUCK, LA NAVE DI TESEO 2021


Arrivato finalista al Premio Strega, il bel romanzo di Edith Bruck si è comunque aggiudicata la palma del
premio Strega Giovani.


Inizialmente narrata in terza persona, la vicenda sin dal primo capitolo viene ripercorsa in prima persona,
da Dikte, nomignolo di Edith, una ragazzina ebrea che viene strappata dal suo villaggio ungherese per
percorrere il sentiero dell’orrore che dal ghetto di Budapest la condurrà dapprima ad Auschwitz Birkenau,
poi a Kaufering e Landsberg e infine a Dachau e Bergen Belsen.
Il pane perduto è quello impastato dalla madre, messo a lievitare, abbandonato nella casa da cui vengono
strappati per essere condotti alla morte.


“Sembrava l’esodo di Mosè dall’Egitto, “ dice Edith/Dikte, “ma invece della acque del Mar Rosso per noi si
aprirono vagoni rumorosi.”
Sopravvissuta insieme alla sorella Judit, Edith cercherà di ritornare alla vita in un mondo nel quale stenterà
a riconoscersi: nessuno potrà, o vorrà, capire i dolori di chi è sceso e risalito dagli orrori del lager, nessuno
vorrà sentirne parlare.


Dopo un andare e tornare da Israele, Grecia, Svizzera, dopo squallide storie d’amore velocemente
consumate, Edith in Italia troverà sé stessa, l’amore di Nelo Risi che diventerà suo marito, la lingua nella
quale deciderà di esprimersi.


Nel finale, Edith si rivolge a Dio scrivendogli una lettera, perché con Lui ha sempre parlato, anche se non gli
ha risposto, come aveva fatto con Mosè:” Tu sei il più grande mistero che esista (…) ti chiedo, per la prima
volta, la memoria, che è il mio pane quotidiano, ho ancora da illuminare qualche coscienza giovane … “


Quale sapore rimane a lettura ultimata? Sicuramente quello del pane lasciato a lievitare e mai cotto.