IL SIMPATIZZANTE DI VIET THANH NGUYEN, NERI POZZA

Di lui conosciamo solo il nome con cui gli altri lo chiamano, “il Capitano” e da subito siamo informati del doppio gioco che conduce: agente segreto dei Viet Cong infiltrato presso il Generale che combatte a fianco degli Americani. Due i suoi amici di sangue: Bon e Man, uno schierato con gli Americani, l’altro con i Viet e il governo del Nord. Una cicatrice rossa li lega, una ferita sul palmo della mano che si sono inferti da bambini, con la promessa di proteggersi fino alla morte.
Quella del Capitano è una doppia esistenza, una doppia mente: concepito da un sacerdote cattolico con una ragazza vietnamita, poco più che bambina, viene ritenuto un mezzo sangue disprezzato sia dagli Americani, sia dai Vietnamiti stessi; il doppio gioco non è che una faccia della medaglia che lo rappresenta.
L’impossibilità di ricongiungere la sua originaria divisione diviene metafora della separazione non solo del Nord e Sud del Vietnam, ma dell’Occidente e dell’Oriente, dei colonizzatori e dei colonizzati, degli Americani che subentrano ai Francesi. E ci indica come la rivoluzione, da avanguardia di un progetto politico, si sia trasformata nella retroguardia preoccupata solo di accumulare potere.
Non ci sono vincitori né vinti e non possiamo nemmeno dire con certezza se la parte dalla quale ci siamo posti sia quella giusta o quella sbagliata: ciò che rimane è il senso di ingiustizia di una storia, di tutte le storie, che potendo essere diverse hanno prodotto solo prevaricazione... da una parte e dall’altra.
La domanda finale cui il protagonista riesce a trovare finalmente risposta è: “Cosa c’è di più prezioso dell’indipendenza e della Libertà?” La risposta è: “Niente”, o meglio dire “il niente”. Solo il vuoto si nasconde dietro alle ideologie del nostro tempo e dei tempi passati. Gli ideali irrigiditi e idolatrati alla fine valgono meno di niente.
Con quale metafora culinaria possiamo rappresentare un romanzo così complesso? Con quella che il Capitano stesso ci indica: “Il debole tuorlo del mio corpo luccicava dietro la vischiosità bianca della mia mente.”

 

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