MALINVERNO DI DOMENICO DARA, 2020 FELTRINELLI

Il romanzo dotto ed erudito, scritto con leggerezza ed eleganza, parla di Malinverno definito da Ofelia “custode dei libri, guardiano del cimitero, protettore dei vinti.”
Tra i molteplici livelli di lettura possiamo indicarne alcuni tra i più significativi.
Sicuramente è un libro che parla di libri e dell’amore per loro, unici “oggetti” in grado di indicare e dare un significato alla vita: i personaggi del passato non sono morti, ma vivono, interagiscono, parlano al presente, anche se non ne conosciamo e non spossiamo udirne la voce.
Si parla anche di mancanza e perdita dei rapporti fondanti della nostra vita, delle ferite lasciate dalle morti premature o dagli abbandoni mai superati. Di quello che si perde nella memoria.
Come dice Malinverno però: “Noi siamo più di quello che ricordiamo.”
Di amore si parla, ma di un amore eterno che non è quello fatto di “baci e di abbracci, ma solitario, inviolabile”; di quello che rappresenta il corrispettivo per colmare la congenita mancanza; di quello scritto, non reale.
La morte è soprattutto la grande presente: accettata, esorcizzata attraverso la cura e presa in carico di ciò che resta di una vita, perché essa sola può dare il senso a un’intera esistenza.
Proprio lì si trova il grande errore di Malinverno: l’aver confuso l’amore con la morte, in uno scambio di senso che va oltre quello meramente vocalico e consonantico
Il sapore che resta? Quello dell’uovo: che sia una frittata, oppure sodo, strapazzato … solo di quello sembra nutrirsi Malinverno, solo quello sembra essere il cibo delle sue solitarie cene serali. Forse proprio perché simbolo di ciò che è all’origine di una vita.

 

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