LA RECENSIONE DEL MERCOLEDI': JACK di Marilynne Robinson, Einaudi 2021

Jack ha iniziato presto a lavorare a una vita sprecata: il suo demone è l’occhio per la vulnerabilità, una specie di coazione a distruggere, a svelare la fragilità e l’insensatezza di ogni certezza. Come lui stesso comprende, questa indole particolare è in fondo l’essenza, l’incarnazione dell’anima della società che lo rende “il primo avvoltoio ad arrivare sulla scena del crepacuore.”


Jack si imbatte in Della, un’insegnante nera, amante della poesia, “la donna che aveva reclutato nei suoi sogni a occhi aperti per compensare una penuria di senso e di avvenimenti che a volte trovava oppressiva.” E anche Della si imbatte in lui, lo riconosce come un’anima.


Nella conversazione continua che Jack intrattiene fra sé e sé interagiscono le voci del padre, della religione, della società razzista in cui vive (Stati Uniti del Sud, anni ’50) e la sua lucida dissezione di ogni ragionevolezza: ha una potenza ammaliante. Il linguaggio corrosivo si mescola a citazioni poetiche, assume un andamento del tutto particolare, metaforico. È uno degli aspetti singolari del testo, che lo rende adatto a chi può aprirsi a questo respiro poetico, senza fretta, gustandone la ricchezza.


Il sapore del cibo della mensa per i poveri, i fagioli, non gli rende giustizia, ad esso si mescola la fragranza del geranio, con cui Jack decide di illuminare la sua stanza.




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