QUELLO CHE NON CI DICONO DI MARIO CALABRESI, MONDADORI 2020

Volente o nolente (più nolente che volente), Mario Calabresi ritorna ai terribili anni ’70 e alle loro storie cruente viste da rovescio: non dalla parte ufficiale ammantata da ideologie e utopie, ma dalla parte delle famiglie che da queste vicende tragiche venivano devastate e lentamente, faticosamente, dolorosamente si riprendevano.

Questa volta ricostruisce la storia di un ragazzo di 25 anni, Carlo Saronio, figlio di una famiglia milanese molto benestante, ingegnere chimico, promettente ricercatore all’Istituto Mario Negri, ucciso per un errore nell’uso dell’anestetico durante il rapimento effettuato dagli stessi amici con cui aveva militato in una formazione della sinistra extraparlamentare.

Cosa spinge Calabresi a riaprire un archivio di quegli anni e ad indagare una figura così fratturata come quella di Carlo Saronio? La spinta di un missionario, nipote di Carlo, che cerca la verità sullo zio e la timida richiesta della figlia di Carlo, appena concepita quando lui viene rapito e ucciso e ora adulta, anche lei in cerca di verità.

Il bisogno di capire coinvolge 

Calabresi e lo spinge a ricostruire il percorso di Carlo per raccontare alla figlia chi era suo padre: un uomo diviso fra il senso del dovere e il senso del potere rivoluzionario che ubriacava molti giovani di quell’età, e che non ha avuto il tempo di ricucire queste parti e attuare la sua scelta finale.

Ma forse c’è qualche altra forza che lo sospinge a misurarsi di nuovo con i potenti protagonisti di quegli anni:  il desiderio di riscatto e di giustizia e il suo stravolgimento in una violenza autogiustificata. Ricompaiono gli “eroi” di allora che tutto potevano fare, compreso rubare, rapire, ammazzare, perché avevano un mandato dal popolo, un’investitura a poter uscire dalle righe che risuona ancora adesso e non promette nulla di buono, come allora. Un tema che ci piacerebbe approfondire.

Il sapore amarissimo che circola nel libro è attenuato dalla presenza di una  madre capace di allevare da sola sua figlia considerandola un dono: un’altra figura femminile appena tratteggiata ma ferma sul fondo a simboleggiare il coraggio di affrontare le prove tragiche della vita, di fare casa comunque.

 

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